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Cervelli in fuga, cervelli in casa

16/11/2009

Siamo davvero sicuri che la "fuga" sia uno spreco? I giovani in movimento sono una risorsa, il problema è semmai nel fatto che in pochi arrivano in Italia

La “fuga dei cervelli” è un’espressione che di tanto in tanto i media (e anche i politici) ci ripropongono: questa volta, si tratta di un articolo che utilizza i dati di un blog, “La fuga dei talenti”. Il titolo di prima pagina, su uno dei tanti quotidiani gratuiti che vengono distribuiti in città: “La fuga dei laureati ci costa 1 miliardo all’anno”. E l’allarme viene proposto in termini molto concreti: appunto quanto “ci costano” i laureati che vanno all’estero, valutando in circa centomila euro il costo del percorso formativo per ciascun giovane, dalla scuola primaria all’istruzione universitaria. Riprendendo elaborazioni dell’Ocse si arriva, per i 11.700 laureati che se ne vanno, alla cifra di un miliardo e 173 milioni di euro (dati al 2007).

Dunque, si dice, le risorse finanziarie investite nella formazione di questi giovani vanno perdute. Una somma rilevante, in effetti, che se ne “va all’estero”.

Questa chiave di lettura che con cifre diverse, e in occasioni diverse, riemerge nel dibattito pubblico, penso la si dovrebbe considerare in una prospettiva un po’ più articolata.

Usando gli stessi criteri di calcolo proposti in questo contributo, mi sono interrogata su quanto ci rende l’investimento sugli altri, su quelli che rimangono in Italia. Chiediamoci quanto rendano coloro che “non fuggono”, che nello stesso ambiente rimangono: crescono, studiano; se va bene, trovano un lavoro. E penso alle centinaia di sedi universitarie “distaccate” che si sono moltiplicate in questi anni; situazioni di formazione, lo dico così, non tutte “di eccellenza”. Penso, oggi, alle tante istituzioni scolastiche dove mancano i fondi, o comunque la capacità di farle funzionare al meglio.

Non tutti, ma certo molti di questi - studenti e laureati - rimangono esclusi dalle condizioni e dalle opportunità del vivere nel nostro mondo “globalizzato”.

Una riflessione, la mia, un po' provocatoria e certo semplificante. Ma ogni volta che si affronta un tema così complesso e rilevante per il futuro, nella chiave – appunto come in questo caso - della “fuga” di talenti, cervelli, soldi, penso che le parole stesse che usiamo siano inadeguate.

Davvero “spreco di risorse”, “soldi regalati”: o invece vedere la questione in una prospettiva in parte diversa, e riuscire a valorizzarli, questi giovani “in movimento”, considerarli parte del fenomeno della “mobilità transnazionale”. Fanno una scelta, frequentano ambienti nuovi, si confrontano con regole e pratiche “internazionali”. Qualcosa, almeno, del contesto “globale” in cui siamo collocati, vengono a conoscere. Imparano una lingua, anche: non così frequente, neanche questo, tra i giovani universitari italiani.

Certo si può insistere sul dato della “perdita” per la società italiana: e non di soldi soltanto, di capacità di innovazione, di risorse, di talenti appunto. Ma forse l’obbiettivo dovrebbe essere non di trattenerli (dunque tutti qui: e che cosa gli offriamo?) ma di farli a un certo punto tornare, o anche soltanto di fare in modo che continuino ad andare e venire.

Per le nostre finanze potrebbe essere un investimento vantaggioso. Quelli che “fuggono”, quelli che sperimentano queste occasioni o opportunità, sono una risorsa potenziale che dovremmo riuscire a valorizzare.

Siamo in una società della quale si descrivono i processi delle “migrazioni circolari”. Non ha senso vedere il dato della mobilità di giovani laureati solo e sempre come negativo: la questione è se si riesca a pensare un sistema della formazione, e un sistema sociale, non chiusi nei confini nazionali: “europei”, almeno; o anche a scala più ampia.

Come si accenna in chiusura dell’articolo, quelli che da altri paesi “fuggono” per venire nelle nostre università sono pochissimi. Questo è il dato davvero negativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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