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L'uscita dall'euro prossima ventura

23/08/2011

Il problema non è il debito pubblico, ma il debito estero, e i paesi che mantengono la loro moneta possono cavarsela con la svalutazione. L’Unione monetaria attuale serve solo alla Germania, impone bassi salari e disciplina economica. Finirà con l’uscita dell’Italia dall’euro

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

 

Il debito pubblico non c’entra

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma” seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

 

Inflazione e debito estero

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si deve indebitare con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

 

Lo spettro del 1992

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

 

Cui Prodest?

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

 

Più Europa?

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

 

Deutschland über alles

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso, sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

 

La svalutazione rende ciechi

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%. La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa.

 

Irreversibile?

Si dice che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Chi è così ingenuo da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

 

Non faccia la sinistra ciò che fa la destra

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.

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Commenti

subalternità

Quale dilemma: essere impoverito dalla deflazione, restando nell'euro oppure dall'inflazione, uscendo dall'euro....
qualcuno di vecchio pelo direbbe che se non è zuppa è pan bagnato.

Rivoluzionari e il Bollito!

@Mostarda
Idee rivoluzionarie di Bagnai? Nel senso che nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario?
Caspita, ha proprio ragione!

E poi dai, non è bello da parte sua, lei vuole vincere facile! Lo sanno tutti che Bagnai è poco originale e scopiazza alla grande. Ma sono sicuro lei non ama sparare sulla croce rossa, pertanto nel caso volesse contestare l’ovvio scriva un adeguato testo in Italiano, mi offro di tradurglielo in Inglese ed inviarlo ai veri “rivoluzionari” (lasci perdere Bagnai … ) il tutto al modico costo di "Un Fiorino", che è pur sempre meglio di trenta denari.

http://www.columbia.edu/~ram15/
http://krugman.blogs.nytimes.com/

Naturalmente in copia conoscenza ai loro incauti patrocinatori (‘sta banda di fresconi guarda che cosa mi combinano…)

http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/

E a qualche altro sovversivo, mica che si monti la testa

http://scholar.harvard.edu/feldstein
http://www.fordham.edu/economics/salvatore/

Mi raccomando duro ed incisivo! E mi saluti il bollito!

Della dimostrazzzione

Per Giovanni Mostarda
Sperare di riaprire la discussione dopo più di un anno appare proprio una trovata stravagante, quindi è legittimo sospettare che il suo intervento sia pretestuoso. Lei è di passaggio, non è d'accordo, e lo vuole far sapere, e va bene così. Tuttavia io anche sono di passaggio e provo a dire che per poter soddisfare il suo quesito, se si tratti tutto di fantasia o no, dipende dal numero di z che la mente riesce a ritenere della richiesta dimostrazzzzione. Siccome dobbiamo sospettare che bisogna che ce ne siano poche di z, provi a riflettere su quest'unica frase di Bagnai che si trova sotto nella discussione, si tratta di una domanda per la precisione la quale in sostanza riassume tutto quanto quello che qui è scritto: "Perché se svalutare è da pigri, non rivalutare dovrebbe essere segno di alacrità?". Con una accortezza: riflettere significa pensarci sopra, e poi pensarci ancora, e arrivare a darsi almeno una qualche risposta, se non proprio quella giusta.

Crisi Economica

Mi chiedo se il prof. Bagnai abbia mai lavorato con le mani, in una fabbrica, un'officno o qualcosa di simile ....
Ha una bella fantasia .... ma la dimostrazione di queste tesi rivoluzionarie dove è ?

Per correttezza...

Caro Sergio,

visto che nella discussione ci sono entrato per dare informazioni giuste, vorrei darne un'ultima: considero chiusa la discussione QUI, ma la discussione rimane ovviamente aperta SUL MIO BLOG http://goofynomics.blogspot.com/, che vi invito a seguire, perché per me rimangono essenziali i vostri suggerimenti, le vostre critiche e il vostro incoraggiamento.

Suggerisco a tutti quelli che mi hanno accusato di complottismo di vedersi questo: http://www.youtube.com/watch?v=HhBfw1nATJE.

Basta capire che l'euro è stato gestito da questi signori nello stesso modo tattico con cui è stata gestita la presidenza della regione Lazio.

Quando Pasolini diceva "io so" era un complottista, naturalmente. Ma il complotto c'era, no?

Alberto

A Giuseppe

Chiedo scusa ma, dato che Alberto Bagnai considera chiusa la discussione (commento del 16/10) provo, per quanto posso, a dare qualche indicazione.

«La ragione della mia domanda sta nel fatto che in molti sostengono che le voci provenienti dal mondo finanziario angloamericano spingano proprio per la distruzione repentina della moneta europea al fine di prevenire un cambio di regole e trattati volti a rendere l'esperimento monetario da insostenibile a sostenibile».
Quei «molti» dovrebbero spiegare perché non ci sono solo «le voci provenienti dal mondo finanziario angloamericano»; infatti:
a) a settembre l'argomento della possibile uscita di alcuni paesi dall'euro è stato studiato da tre banche: Citicorp (USA), Ubs (Svizzera) e Natixis (Francia); ne riferisce Vladimiro Giacché nel suo blog:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/2011-fuga-dalleuro/158863/
b) contemporaneamente a quelle voci angloamericane, anche Credit Suisse (Svizzera) ha mostrato di ritenere prossima la fine dell'euro, almeno dell'euro come è ora:
http://www.repubblica.it/economia/finanza/2011/11/21/news/crdit_suisse_ultimi_giorni_dell_euro_almeno_per_come_lo_conosciamo-25366455/
c) in uno studio della Deutsche Bank si afferma chiaramente che l'elettorato dei paesi "forti" potrebbe non accettare un aumento dell'inflazione indotto da una BCE in seno al cui Consiglio dei Governatori i paesi "deboli" hanno la maggioranza, e preferire un'uscita dall'euro; le loro autorità potrebbero assicurare la popolazione contro il rischio di inflazione offrendo titoli indicizzati convertibili in una nuova moneta dopo l'uscita dall'euro:
http://www.dbresearch.de/PROD/DBR_INTERNET_DE-PROD/PROD0000000000279906/Euroland%E2%80%99s+hidden+balance-of-payments+crisis.pdf
d) sulla stampa tedesca ha avuto un certo risalto la proposta del prof. Dirk Meyer dell'Università Helmut Schmidt di Amburgo, che ha elaborato un vero e proprio piano di uscita della Germania dall'euro:
http://www.repubblica.it/economia/2011/11/27/news/berlino_chiede_pi_severit_in_cambio_del_via_libera_agli_aiuti-25689491/
http://video.repubblica.it/dossier/crisi-italia-2011/la-germania-ha-un-piano-per-uscire-dall-euro/81741?video=&ref=HREA-1
Se anche i tedeschi pensano alla fine dell'euro, mi pare difficile pensare a un "complotto angloamericano"...

«sarebbe possibile un euro disegnato in maniera diversa?»
In astratto sì, ma solo in astratto. Le condizioni di una moneta unica sostenibile sono state indicate da Alberto Bagnai in un altro articolo:
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411
nella sezione "Maastricht e le zone monetarie ottimali", in cui si legge però anche che «mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono».
Sull'argomento si può leggere: G. Gandolfo, International Finance and Open-Economy Macroeconomics, Berlino, Springer Verlag, 2002 (citato da Alberto Bagnai nello studio cui rinvio più avanti).

«sarebbe astrattamente possibile conservare una moneta unica reintroducendo la sovranità delle diverse nazioni o sarebbe un paradosso irrisolvibile?»
Non sarebbe possibile. La perdita della sovranità monetaria è inevitabile, così come una minore autonomia nella politica fiscale. Sull'argomento si possono leggere le prime pagine di uno studio dello stesso Alberto Bagnai, da lui citato nel commento del 12 settembre:
http://www.uneca.org/tfed/events/MacroeconomicConvergence/macroeconomic%20convergence%20in%20central%20africa3.pdf

Voglio uscire... forse che si forse che no

Gentile professor Bagnai, da ignorante in materie economiche (ed in molte altre cose) la ringrazio infinitamente per questo articolo e per il video postato su youtube da ecodellarete in cui spiega per oltre 30 minuti. E' davvero quasi "esaltante" per un ignorante come me riuscire a cavare ragno dal buco in questa confusione a tratti fortemente demenziale in cui ci troviamo, con spinte fortissime al "tafazismo anticomplottardo rimbocommaniaco", è un forte complimento per lei dal mio punto di vista perché da mesi leggo della sostanziale insostenibilità dell'euro senza tuttavia averla mai capita nel dettagli prima di aver sentito e letto Lei!
Al di la di quello che posso pensare io personalmente che ha, (lo ribadisco), pochissimo valore per deficit dal punto di vista della cultura "scientifico-economica" sempre ammesso che l'economia sia una scienza e non un'arte per lei sarebbe possibile un euro disegnato in maniera diversa?
La ragione della mia domanda sta nel fatto che in molti sostengono che le voci provenienti dal mondo finanziario angloamericano spingano proprio per la distruzione repentina della moneta europea al fine di prevenire un cambio di regole e trattati volti a rendere l'esperimento monetario da insostenibile a sostenibile.
Ovviamente questa operazione sarebbe volta ad eliminare il principale concorrente nei confronti del dollaro come moneta di riserva negli scambi internazionali, e soprattutto a tutelare lo squilibratissimo ed indebitatissimo sistema finanziario angloamericano. Insomma, se da un lato mi è chiaro cosa sia significato l'euro dal punto di vista degli squilibri monetari e commerciali per l'Italia e soprattutto dal punto di vista della sovranità politica (io sto passando in maniera repentina da una fase di antiitalianismo cronico depressivo ad improvvise fiammate nazionaliste che pensavo perse al momento dell'ingresso nell'euro in cui urlavo che se non ci volevano se la potevano anche fare senza l'italia la presunta europa chissà chi avrebbero convinto visto che sostanzialmente l'europa senza l'Italia è come l'italia senza roma), non mi è chiaro come e soprattutto se sarebbe astrattamente possibile riformare l'euro in modo compatibile con le diversità che hanno i vari paesi europei.
Insomma volendo salvare l'euro facendo contemporaneamente sopravvivere in maniera equa e degna anche gli europei "terroni" e maiali (mai nella storia dell'umanità sono stati definiti in modo così vergognoso ripetutamente ed impunemente centinaia di milioni di esseri umani) grecoispaniicoitalioti oltre agli ariani lei come farebbe? Ma soprattutto sarebbe astrattamente possibile conservare una moneta unica reintroducendo la sovranità delle diverse nazioni o sarebbe un paradosso irrisolvibile?
Non so se ha già risposto a questo quesito nel caso non abbia tempo di rispondere è gradito per me anche qualche link di approfondimento.

Con grande stima e ribadendo i ringraziamenti la saluto!

Giuseppe

Capire la differenza tra moneta sovrana e moneta non sovrana

Se prima la cittadinanza non capisce la differenza tra Stato a moneta sovrana e come spende a deficit quello Stato, ci sarà sempre una grande confusione. Questa grande confusione è alimentata parecchio dal sistema scolastico.La scuola ci insegna un sacco di belle teorie, ma non ci insegna nulla di quello che dobbiamo fare, per rendere la nostra vita degna di essere vissuta. Mi viene da dire, che quasi ogni nostra relazione sociale, e quasi ogni nostra azione giornaliera, è regolata dal sistema monetario e dal sistema economico, e quasi nessuno capisce di sistema economico , e quasi nessuno capisce di sistema monetario.Da questa mia stupida e semplice affermazione, criticabile quanto volete penso sara' un cammino molto lungo, per arrivare ad avere cittadini consapevoli delle loro scelte, in quanto il concetto di MINORITARIO di Immanuel Kant ( Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro, Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! ) è sempre troppo presente nella mente di tutti noi.

Semplicità

Vedo con stupore che questo thread è ancora attivo. Capita a chi dice cose invece di parole (Berni). A Tommaso una sola domanda: se è così semplice (e in effetti lo è), perché nessuno ci pensa? Hai due possibilità, scegli quella che ti fa sentire meno a disagio: o tu sei l'unica persona intelligente in un mare di fessi, o il mare è di furbi e furbetti... e tu?

Scusa se mi permetto di metterla così, data la nostra familiarità. In termini più seri, la distorsione del dibattito è tutta ideologica, e del resto qui non siamo in territorio neutrale: pochi giorni fa una certa Rangeri sul Manifesto rivendicava di aver aperto questo forum per "smascherare la follia del ritorno alle monete nazionali"... Quindi capisci che io e te siamo fuori posto. Ma tu sei un signore garbato, e ti tengono.

Le cose semplici non si capiscono perché non le si vuole capire. E allora ci pensa la storia a farle capire. Noi vorremmo che questa volta non succedesse, ma succederà perché è sempre successo, e perché... lo vedi tu perché: la prima signorina di buona famiglia e buoni salotti pensa di poter montare sulle spalle a Keynes, Dornbusch, Feldstein, Krugman, Stieglitz, ecc., e nessuno se ne preoccupa! Brava, Rangeri, complimenti! Aspettiamo la tua terapia miracolosa per il cancro, la tua formula per la fusione a freddo, e la tua soluzione per l'impasse politica della sinistra. Anzi, quella l'abbiamo capita: farla diventare di destra!

Grazie per averci aperto gli occhi!

Cari amici e cari nemici, non mi interessa più confrontarmi in una sede simile. Per fortuna posso accedere ad altre sedi, e per fortuna ho anche altri interessi. Mi interessava lasciare una testimonianza, e l'ho fatto. Ma ora basta così. Le mie tesi ora voglio difenderle nelle sedi scientifiche. Questa esperienza mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire molte cose di chi avevo intorno, ne ho tratto le conseguenze, è stata utile, e ora si chiude.

Uscita dall'euro e "riappropiazione" del debito

C'é una cosa che, mi pare, tutti abbiano trascurato. Una uscita dall'euro (o, meglio, un dissolvimento dell'euro), dovrebbe essere necessariamente accompagnata da una ridenominazione "forzosa" del debito pubblico nella nuova moneta, cioè in una "riappropiazione" del debito. Oggi il nostro debito è denominato in una valuta "straniera" (l'euro) sopravvalutata per noi : per cui siamo perennemente a spremerci e torchiarci per onorare un debito che continuamente si rivaluta (tecnica ben nota agli strozzini). La nuova moneta certamente si svaluterebbe e quindi con essa anche il debito si ridurrebbe. Passeremmo cioè ad un debito "flessibile". Non stracciatevi le vesti : è quanto accade da quarant'anni in tutti i paesi del mondo e funziona benissimo. Pensate alle grandi variazioni che ci sono state nei cambi del dollaro, della sterlina, dello yen etc.: ad ognuna di esse ha corrisposto ovviamente una variazione del valore del debito. Semplicemente se il mondo da sempre considera ovvio e naturale che il valore delle azioni Exxon o Unilever o VW possa cambiare nel tempo, perchè non può considerare nello stesso modo i titoli di debito dell'Italia, degli USA o del Brasile?. Sta accadendo.

Indignati

…ed alla vigilia della manifestazione di domani a Roma, vi allego questo link di Paolo Barnard, giornalista molto discutibile cacciato da Report a dal sistema giornalistico e intellettuale italiano. Il suo lavoro sembra farneticante per il modo di scrivere, gli economisti intervistati e citati non sono i più famosi al mondo. Ma a me, e molti altri smanettoni di internet, convince molto. Trovo analogie con alcune affermazioni, mi pare, del prof. Bagnai.
Buona manifestazione a tutti.
http://www.paolobarnard.info/docs/ilpiugrandecrimine2011.pdf

Paradosso

Certo la Germania dovrebbe rivalutare il cambio reale tanto quanto l’Italia farebbe bene a svalutarlo (in un modo o nell’altro).

Il mio voleva essere uno spunto di riflessione sull’inettitudine dei governi periferici (quindi bipartisan), che mettono in pratica politiche inefficaci (indici dei prezzi al consumo in aumento , aumento della povertà, rischio di essere acquistati) perché cedono alla minaccia fatta dai paesi centrali, cioè la dissoluzione dell’unione monetaria, quando invece i primi a guadagnarci sarebbero proprio loro e i primi a perderci quelli che minacciano. Un po’ come se un rapinatore invece che con la pistola entrasse in banca minacciando di lanciare a tutti mazzetti di denaro.

Comunque è meglio augurarsi che la situazione si risolva con la convergenza fra gli stati e non con i ricatti…

La ringrazio per i chiarimenti.

Cordiali saluti.

Refuso

Naturalmente è euro e non eruo. Si vede proprio che vorrei cancellare (temporaneamente) questa parola dal vocabolario!

Meno male che l'eruo c'è

Caro Dario,

ringrazio per l’apprezzamento e per il dissenso. Parto da quest’ultimo: lei concorda con Caviglia sul fatto che una svalutazione non sarebbe risolutiva. Le rispondo su questo punto anche se, ribadisco, non è questo il fulcro del mio intervento. Vorrei rispondere dal generale al particolare.

A livello più generale, mi pare sia chiaro a tutti, tranne a chi non ha gli strumenti culturali per rendersene conto, che siamo impegnati in una guerra commerciale contro la Germania. Questo può non essere chiaro a chi non conosce i dati (ad esempio, a chi non sa che il grande surplus estero tedesco corrisponde in massima parte ai deficit esteri dei paesi periferici dell’eurozona, o a chi non sa che verso la Cina la Germania è in crescente deficit); può non essere chiaro a chi non ha nozioni di macroeconomia (per cui non capisce che la crescita della Germania sottrae domanda alle economie periferiche dell’eurozona, e quindi che la Germania è una locomotiva che “tira nella direzione sbagliata”); può non essere chiaro a chi ha nozioni rudimentali circa il tasso di cambio e i suoi effetti sugli squilibri esterni. Ma tutti gli altri capiscono che il problema è come recuperare competitività per non essere sopraffatti prima e acquistati poi dalla Germania. Ma... ci rendiamo conto che questa prospettiva è aberrante?

Noi siamo in una Unione Economica e Monetaria con la Germania. La prospettiva corretta dovrebbe essere quella di come crescere "insieme" alla Germania, non "contro" la Germania, o meglio, più esattamente, per il paese leader, cioè per la Germania, la prospettiva corretta dovrebbe essere quella di come crescere con noi, non alle nostre spalle. Ma questo pochi lo notano. Io sono uno, lei un altro... e forse la lista finisce qui!

Prima di chiedersi se una svalutazione sarebbe risolutiva per l’Italia, dovrebbe stupirsi del fatto che nessuno chieda (in Italia) alla Germania quello che chiediamo alla Cina: ovvero di contribuire alla ricomposizione degli squilibri esterni alimentando la crescita con la propria domanda interna, anziché con le esportazioni sorrette da svalutazioni competitive del cambio reale. E l’assurdo è che queste richieste fatte alla Cina sono doppiamente immotivate: primo, perché la Cina non è nostra sorella nell’euro, e quindi non ha particolari obblighi di cooperare con noi; secondo, perché la Cina sta già da tempo rivalutando (come ho dimostrato altrove anche in questo forum). Le stesse richieste, rivolte alla Germania, sarebbero invece doppiamente motivate: primo, perché la Germania è nostra sorella nell’euro (quindi sarebbe lecito aspettarsi un atteggiamento cooperativo); secondo, perché la Germania sta svalutando in termini reali nei confronti di tutti i suoi partner.

Sintesi: allo stato attuale il problema non è che noi non possiamo svalutare, ma che la Germania non vuole rivalutare. E in effetti, con buona pace degli amici che cantano “meno male che l’euro c’è”, quando nelle sedi internazionali si parla dei costi dell’abbandono dell’euro ci si riferisce alla Germania... perché sarebbe quest’ultima a sostenere i costi più rilevanti (non le economie periferiche). All’estero nessuno pensa realmente che i più danneggiati saremmo noi. Ma questo dettaglio sfugge. Sfugge cioè che se non potesse più contare sul mercato di sbocco rappresentato dalle economie periferiche dell’eurozona, la Germania sarebbe costretta a competere veramente con le economie emergenti. E allora, come si dice a Roma, “daje a ride”! Perché alla Germania piace vincere facile, e noi finora glielo abbiamo reso possibile per tanti motivi sui quali non torno.

A fronte di questo, il dibattito se la svalutazione nominale per l’Italia sarebbe risolutiva o meno, mi sembra del tutto secondario. Nel mio articolo mi sono limitato a indicare, sulla base di esperienze storiche recenti, che questo evento non sarebbe devastante come sostengono i dilettanti del “meno male che l’euro c’è”. Ma non credo di aver detto che la svalutazione sia o debba essere “la” o “l’unica” soluzione. Constato però che anche lei, come tutti, bombardato per anni da informazioni asimmetriche, vede solo la svalutazione dell’Italia (e non la rivalutazione della Germania) e la vede solo dal lato delle esportazioni (e non delle importazioni). Una prospettiva che non la aiuta.

Circa la sua domanda, non so quanto sia plausibile uno scenario di uscita dall’euro, e non so dargli una data esatta. So che tutti i tentativi di andare contro la logica economica portano all’accumulazione di pericolose tensioni politiche. Soprattutto quando la reale natura degli squilibri viene occultata, si alimenta nell’elettorato dei paesi “forti” la sensazione di star pagando per gli altri. Qualche cosa alla fine quindi dovrà pur succedere. E penso, non perché sia una mia opinione, ma perché è scritto nei testi di economia, che il recupero da parte nostra dell’autonomia monetaria non aiuterebbe chi ci vuole succhiare ricchezza. Penso, infine, che sarebbero stati, e sono tuttora, possibili percorsi più graduali verso una maggiore integrazione, percorsi che possono anche prevedere di reculer pour mieux sauter. Gradualismo e pragmatismo hanno aiutato la Cina a riprendere il suo posto. Oltranzismo e ideologia ci stanno affossando.

Fratelli europei

Io non sono un esperto di economia, ma sono assolutamente d’accordo con quello che dice il signor Paolo Caviglia. Penso che una svalutazione, da sola, anche a causa della massiccia esternalizzazione di parte del sistema produttivo italiano nei paesi in via di sviluppo come Cina, India e Brasile che si è avuta dal 2001 ad oggi, rischia di portare a risultati attutiti almeno nel breve periodo.

Sono pienamente d’accordo anche con quanto affermato dal professor Bagnai, e cioè che il debito pubblico non è la principale causa dei guai del paese. Ma allora a cosa servono questo vincolo del pareggio di bilancio che molti (spinti dall’Europa) vorrebbero inserire nella costituzione ed il raggiungimento della soglia di sicurezza del 60% de PIL osannato come obiettivo ultimo che porterebbe l’Italia in una situazione di tranquillità finanziaria, se non a legittimare le decisioni di politica economica che si stanno prendendo in questi mesi, che tutto hanno tranne che la soluzione per uscire dalla crisi. La decisione di aumentare la pressione fiscale, unita alla riduzione delle spese, taglia i redditi delle persone e comprime i consumi e l’occupazione. Insomma si mette in moto il processo di auto-alimentazione della crisi.

Tutto questo spingerà i salari ancora più al ribasso (le retribuzioni per i nuovi contratti sono già bassissime) e farà allontanare la frontiera dell’innovazione tecnologica sempre più lontano dall’Italia (perché intanto si è tagliato anche all’istruzione e alla ricerca) (vedi fuga di cervelli), in un contesto di impoverimento delle famiglie e delle imprese, questa volta imposto dall’alto.

La prospettiva a lungo termine, continuando con la politica lacrime e sangue, non è la ripresa di competitività del paese, ma la formazione di un’Europa a due velocità: i paesi “cattivi” come Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia ridotti a bacino di lavoro a basso costo a disposizione dei paesi “virtuosi”, quelli che si trovano nella roccaforte europea, con la differenza rispetto ai paesi in via di sviluppo che qui troverebbero una domanda già ampiamente formata. Alla faccia dei fratelli europei!

Vorrei chiedere al caro professor Bagnai se, vista l’improbabilità di una manovra espansiva da parte della Germania, ritiene più verosimile la fuoriuscita dell’Italia dall’euro, con un’auspicabile riconquista della potestà monetaria, oppure questo secondo scenario che permetterebbe ai poteri forti dell’Europa di continuare a succhiare ricchezza ai paesi meno “virtuosi” ancora per molto tempo.

se son rose fioriranno

Caro Alex,
se ti riferivi ai morti allora mi dispiace farti notare che quelli ci sono già. E anche più di 50 mln. Non in Europa certamente, ma i fautori provengono sempre dalle stesse nazioni. A parte le guerre per far cadere le "dittature" e i "terroristi", faccio notare come Goldman Sachs (tra i suoi membri europei c’erano anche Prodi e Draghi) nel 2006, con una operazione di speculazione finanziaria sui prodotti alimentari, ha fatto schizzare i prezzi del frumento, mais e riso provocando carestie a 200 mln di persone in 30 nazioni. Oggi i morti non si fanno più soltanto con le armi da fuoco.
Ahhh e dopo queste belle notizie mi vado a fare una bella dormita.
Buona notte.

Io speriamo che me la cavo!

Caro Marco
io spero proprio che la mia equazione NON regga! E non per il "New deal" naturalmente, ma per via di quell'affaruccio da 50 milioni di morti, anch'esso venuto dopo! Non sarebbe una grande soddisfazione andare in giro a dire " Visto, che Ve lo avevo detto!". Proprio per niente!

E' per questo che, nel mio limitatissimo ambito e mezzi, cerco di far tutto quello che posso per muovere, adesso, le acque. Dopo potrebbe restare solo da contare i morti, sempre di essere ancora vivi!
Urca, Allegria!
Domani me ne vado a pedalare in montagna.
Ciao

New Deal

Se l’equazione di Alex regge, allora dopo la crisi dovrebbe arrivare un periodo di “new deal”.
Nota per il prof. La ringrazio per la disponibilità. Se trovo un po’ di tempo libero in più la disturberò in privato.
Cordialità.

Non lo faccio più!

La mia citazione viene da un vecchio ciclostile del movimento studentesco degli anni 70 ritrovato, per caso, dalla filippina nella abitazione di campagna di un noto vice-conte del vaticano, presso Gallipoli, poco prima che passasse il vigile del fuoco Guy Montag a bruciare tutto!

Scherzo; mi vergogno a citare la fonte di questa ricostruzione dal sapore sovietico, che in effetti si ritrova in un sito di sedicenti “COMUNISTI” (oddio l’ho detto; però ho fatto il segno della croce tre volte ed ho messo al riparo il bambino), i quali attribuiscono il tutto alla Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale vol IX, Teti Editore, Milano, 1975. Corro a procurarmi il libro che ha suggerito lei che ha l’aria di essere molto più presentabile!

Infine … Bertinotti? Chi dice scusi? Quello di “ Poteve opevaio”? Mister auto blu + scorta? Is that you John Wayne?

Pietà professore, abbia pietà!
Giuro che non leggo più testi da comunisti.

Cordiali saluti

Oculos habent...

Caro Alex, appunto!

Se ti leggi la descrizione dei prodromi della crisi del 1929 in W. A. Lewis: Breve storia economica del mondo 1919-1939, Giannini editore, Napoli, ti chiedi come sia possibile che certe cose possano ripetersi in modo esattamente identico.

E la risposta è ovviamente che si ripetono perché qualcuno ci guadagna. Ma in Italia questo viene chiamato complottismo, dalle tante anime belle che infestano soprattutto la sinistra (non so se hai visto la discussione al contributo di Bertinotti).

La tua citazione da dove viene?

Off topic ... o forse no!

La storia é maestra di vita diceva Cicerone! A conti fatti, direi, una colossale fregnaccia!

"...La grossa borghesia fin dall'inizio della crisi economica era giunta alla conclusione che fosse necessario imporre un indirizzo politico più forte. Nel marzo del 1930 il governo socialdemocratico di Hermann Muller rassegnò le dimissioni. Il nuovo governo fu formato da una coalizione di partiti borghesi con alla testa Heinrich Bruning, appartenente all'ala destra del Partito popolare cristiano democratico (il Centro) e strettamente legato ai monopoli tedeschi e al Vaticano.

Bruning fin dal primo giorno di governo avviò una politica di graduale eliminazione della democrazia borghese. Utilizzando largamente l'art. 48 della costituzione che consentiva al presidente della repubblica di non tener conto della volontà del Reichstag e di governare per mezzo di decreti "di necessità", il governo ridusse fortemente i sussidi ai disoccupati, le pensioni agli anziani, agli invalidi del lavoro e di guerra e gli stipendi agli impiegati e ai funzionari. Questi decreti dettero la possibilità agli imprenditori di ridurre ai loro operai il salario, che in tal modo diminuì, rispetto al 1929, di quasi due volte. Nel contempo il governo aumentò le tasse, i prezzi delle derrate, e ridusse di un miliardo di marchi le spese destinate alle costruzioni di abitazioni. La riduzione della capacità d'acquisto degli operai colpì soprattutto i piccoli commercianti e gli artigiani, molti dei quali andarono in rovina.

Col pretesto della lotta contro la crisi, il governo Bruning assegnò ai grossi industriali, ai banchieri e agli junkers alcuni miliardi di marchi sotto forma di sussidi e crediti e ridusse le imposizioni fiscali ai capitalisti. Soltanto sotto forma di garanzie alle esportazioni e di sussidi le grandi ditte ottennero 3,1 miliardi di marchi. In occasione della cosiddetta "riforma bancaria" del 1931 vennero divisi tra i banchieri 1 miliardo 300.000 marchi.

La crisi economica si rovesciò con tutto il suo peso sulle masse popolari. Tra gli operai dell'industria il numero dei disoccupati superò i 5 milioni; centinaia di migliaia di funzionari, d'insegnanti, di medici, d'ingegneri si trovarono a loro volta senza lavoro, e non poche privazioni subirono anche i lavoratori delle campagne. Soltanto nel corso del 1930 vennero svendute 20.000 aziende contadine...."

Facciamo il giochetto di riscrivere i nomi politici /partiti riportati in questo stralcio, con quelli Italiani contemporanei?

Io l'ho fatto e, seppur con un pò di Casini, funziona benissimo! Felice pareggio di Bilancio a tutti!

Il mondo

Caro Marco,

scusami, non volevo eludere le tue richieste, ma mi stai veramente chiedendo di parlare del mondo intero: la relazione fra inflazione e disoccupazione, la decrescita, il significato del Pil, ecc. Io ti ringrazio perché lo considero una manifestazione di fiducia nelle mie capacità, ma ti rendi conto che sono in oggettiva difficoltà nel parlare di tutte queste cose, soprattutto dopo aver detto quello che credo sia incontestabile, ovvero che dovremmo avere l'onestà di parlare solo di argomenti nei quali abbiamo effettivamente maturato una competenza. E io non sono competente in tutto quello che mi chiedi.

Ritenevo e ritengo di aver fatto una cosa utile fornendoti qualche strumento (rudimentale, certo, ma non preconcettualmente distorto) per valutare le competenze dei tuoi interlocutori.

Per il resto, il mio indirizzo email è pubblico da una quindicina di anni: se devo dare un'opinione su cose sulle quali non sono competente preferisco, a differenza di altri, farlo in privato. Ti prego di accettare questa mia scelta e ti invito a scrivermi quando vuoi. Cercherò di risponderti in modo più soddisfacente.

Con viva cordialità.

Alberto

I dilettanti.

Buongiorno prof. Bagnai,
la ringrazio per i suggerimenti. Avrei preferito discutere con lei di più sulla dicotomia tra inflazione e disoccupazione, sulla sovranità monetaria e politica ceduta con i Trattati europei, sul successo economico della Germania, sull’adeguatezza del PIL per misurare il benessere sociale. Avevo utilizzato Guido Viale solo per introdurre e discutere alcuni argomenti trattati anche da uno professore universitario francese che va per ora di moda. Spero che ci sia il tempo ed il modo di parlarne.

Il moralista

Al mio “vecchio studente”.

Quando Fabrizio del Dongo finalmente si pone in salvo a Bologna, entra a S. Petronio e devotamente ringrazia Dio, facendo atto di contrizione dei suoi peccati recenti, fra i quali non fatica a riconoscere quello di aver ucciso (ma per legittima difesa) l’attore Giletti. E Stendhal sottolinea: “è notevole come non gli venisse in mente di contare fra le sue colpe il progetto di diventare arcivescovo solo perché il conte Mosca (l’amante di sua zia, come ricorderai) era primo ministro... È una caratteristica notevole della religione che gli era stata insegnata dai gesuiti milanesi. Questa religione priva del coraggio di pensare alle cose inabituali, e proibisce in modo assoluto l’esame personale.... Nonostante non mancasse di intelligenza e di logica, a Fabrizio non venne mai in mente una sola volta che utilizzare in proprio favore il potere politico del conte Mosca fosse simonia. Ed è questo il trionfo dell’educazione gesuitica: abituare a non far caso a cose più chiare del giorno”.

Se sei europeo, avrai riconosciuto la Certosa di Parma.

E cosa c’entra? C’entra parecchio, caro il mio studente anonimo, che chiamerò Fabrizio (e ti faccio così un complimento, ma ovviamente non un augurio). Perché anche tu, col tono piacevolmente asimmetrico e moralistico del tuo intervento, perdi di vista parecchie cose evidenti. E anche nel tuo caso la colpa non è tua, che sicuramente non manchi “d’esprit ni surtout de logique” (bello quel “surtout”, non l’avevo mai notato), ma dei gesuiti di Roma. Perché sono sicuro che tu non sei un mio studente di Pescara: non darmi il colpo mortale di constatare che un mio studente di politica economica esce così dalle mie lezioni!

Mi permetti di farti notare qualche cosa evidente?

La più basilare, che mi pare sfugga a tutti, ma veramente a tutti, è questa: stiamo tutti parlando di come difenderci dalla Germania, di quali siano i mezzi efficaci, e di quali siano quelli leciti. Ad esempio, tu sostieni che aumentare la produttività è un mezzo lecito, svalutare è illecito, mentre per la Germania non rivalutare è lecito (ne parliamo dopo). Ma Dio santo: noi siamo in una unione economica con la Germania: dovremmo porci il problema di come cooperare con lei, non di come non farci fottere da lei (e ugualmente lei dovrebbe porsi il problema di cooperare con noi, e non quello di come fotterci). Non lo vedi? No. A te (ma anche a tutti gli altri) sembra normale che in una unione si competa anziché cooperare. Sarà contenta la tua ragazza. Un consiglio: non arrivare sempre primo.

A me invece sembra che bisognerebbe rimuovere le asimmetrie ideologiche, e ragionare in termini di cooperazione nella soluzione degli squilibri, cosa che è possibile solo se essi vengono correttamente individuati. Gli squilibri veri sono dove la teoria economica dice che dovrebbero essere, ovvero nei conti esteri, e a questo sono arrivati in molti, prima o poi. Mi sembra che ci sia arrivato anche tu, che però appartieni a quelli che pensano che la colpa è di chi è in deficit, e il problema è suo. Keynes (sai, sì, quello della spesa pubblica, quello lì: è così che te lo hanno descritto i tuoi insegnanti, mi pare di capire), Keynes non era d’accordo, ma chi se ne frega, giusto? Posto che gli squilibri sono squilibri esterni, allora vorrei che qualcuno mi spiegasse perché tutti (in Italia) si preoccupano della possibile svalutazione dell’Italia, e nessuno si preoccupa della non rivalutazione della Germania? Perché se svalutare è da pigri, non rivalutare dovrebbe essere segno di alacrità? Perché una persona può uscire da economia e commercio senza sapere la differenza fra cambio reale e nominale, e quindi senza capire che la manipolazione implicita del cambio nominale da parte della Germania equivale a una svalutazione competitiva reale (cosa che tutto il mondo considera assodata)?

Io non dico da nessuna parte che la svalutazione è la politica risolutiva da seguire sempre e comunque. E non dico nemmeno che i Parioli dovrebbero svalutare rispetto al Nuovo Salario. Nel mio articolo dico solo che gli aggiustamenti di cambio che conseguiranno all’esplosione dell’euro (per colpa dell’egoismo tedesco) saranno meno devastanti per noi di quanto vogliono farci capire i dilettanti dell’economia. E dico che l’anomalia macroscopica del sistema europeo è quella di presentare un paese con un surplus mostruoso che non rivaluta, come sarebbe fisiologico ed opportuno facesse. E dico, perché lo dice De Nardis e lo dicono tanti altri, che dietro a questa non rivalutazione reale (facilitata dalla rigidità del cambio nominale) c’è un preciso disegno di politica economica (leggi De Nardis).

Ammiro la tua fiducia negli effetti benefici delle liberalizzazioni. Indicamene una (una sola) che abbia funzionato in Italia. Una cosa è certa: le zanzare non ti fanno paura. Se sei potuto passare attraverso un dipartimento dove hanno insegnato Caffè, Vianello, Acocella, ecc. e sei così tetragono nell’affermare il verbo liberista, hai la corazza di un rinoceronte. Coi tempi che si preparano, può essere un pregio. Perché vedi, so bene che nella lezioncina che racconti è compreso il fatto che investendo in ricerca si può crescere e bla bla bla, e Berlusconi cattivo non ha speso per l’innovazione e bla bla bla. Cazzate. Non si possono investire i soldi che non ci sono. Ora andranno a governare gli altri, e vedremo quello che faranno. L’euro ha messo in ginocchio l’Italia, tra l’altro privandola delle risorse necessarie per l’innovazione e la ricerca, ma direi, ormai, per l’alfabetizzazione dei suoi abitanti. Ce la facciamo per un attimo a non buttarla in politica? No, perché se la buttassimo in economia dovremmo riconoscere un errore.

Siamo d’accordo che la Cina è riuscita a crescere? E che lezioni ci vengono dalla Cina? Due: gradualismo e pragmatismo, cioè capacità di riconoscere i propri errori. Questa è stata l’abilità di Deng Xiaoping. In Europa, invece, abbiamo voluto fare un “grande balzo in avanti”, come Mao (40 milioni di morti): abbiamo messo il carro dell’euro davanti ai buoi, come lui mise quello dell’acciaio. La crisi greca è la nostra Tiananmen, ma invece di prenderne atto, e di cambiare rotta (come fece Deng), siamo tutti tetragoni nell’affermare che indietro non si torna. E non tornateci. Contenti voi...

La Corrida (dilettanti allo sbaraglio)

Vedo che questo thread è ancora vivo: continuano a arrivare stimoli e commenti. Ve ne sono grato e mi dispiace non poter essere molto reattivo, ma al piacere di intrattenermi con voi devo anteporre il (piacevole) dovere di occuparmi dei miei studenti. Credo che il successo di questo intervento sia dovuto a due fattori: il primo è che, a differenza di tanti altri, il mio articolo non era cosparso di nei finti come il volto di una damina del ‘700 (neoliberismo, neoglobalizzazione, neouovo e neogallina). Invece che basarsi su neologismi inutili (qualcuno sa dirmi in cosa il neoliberismo differisce dal veteroliberismo?) il mio intervento si basava su indiscutibili dati e su una discutibile idea politica, e discussione c’è stata, perché c’era qualcosa di cui discutere, che non fosse il solito consolatorio-assolutorio “noi siamo buoni e loro (o Lui) cattivo”. Vedo con amaro piacere che i post basati sul nulla scivolano via senza commenti. Peccato: sarebbe meglio dire qualcosa e discuterne, che non dire niente e non discutere.

Il secondo motivo è che la mia idea discutibile era quella che l’euro sia nato da un furto di democrazia a base di disinformazione (i cui autori sono, come notava Rossanda nel suo primo intervento, pacificamente rei confessi: quindi, nessuna teoria del complotto!). Per sostenere credibilmente questa idea non posso ovviamente sottrarmi al dovere di informare chi mi chiede di farlo.

Quindi procedo, cominciando da Marco da Palermo, che aspetta da tanto tempo. Marco mi chiede il parere su un collega. Se date un pesce a un uomo, mangerà una volta, ma se gli insegnate a pescare, mangerà tutta la vita. Vorrei quindi in primo luogo aiutare Marco a capire come valutare un economista. Il dibattito odierno rigurgita di economisti. L’Italia è una Repubblica di “presidenti” (anch’io, ma solo di un corso di laurea e mio malgrado) e “economisti”. Questa qualifica viene generosamente (e dolosamente) elargita dai media a una variegata corte dei miracoli composta da ex-sessantottini, ex-sindacalisti, ex-politici della prima repubblica, ex-ingegneri, ex qualsiasi cosa, accomunati però dal fatto di non avere un titolo di studio post lauream in economia, di avere zero esperienza di ricerca in economia, e zero esperienza didattica a livello universitario in economia. La reductio ad unum si opera quindi sul criterio un po’ bislacco dell’assenza di competenze specifiche, e questo spiega i tanti equivoci, e il tanto niente del quale parlavo sopra. Trovo strano che i miei colleghi tollerino questo stato di cose. Credo che un qualsiasi medico reagirebbe se un ingegnere venisse intervistato dal telegiornale sulle prospettive della ricerca sul cancro (magari affermando che fumare fa bene, purché Berlusconi se ne vada). Ma noi siamo così tolleranti...

Vorrei quindi dire a Marco che fuori dall’Italia un economista è una persona con un dottorato in economia, che svolge attività di ricerca, vuoi accademica, vuoi applicata (presso centri di ricerca pubblici o privati), possibilmente anche attività didattica a livello universitario, e che ha prodotto pubblicazioni scientifiche in ambito economico. Come sempre, in Italia siamo di manica larga in pratica, e stretta in teoria: alla Società Italiana degli Economisti appartengono solo i professori ordinari di materie economiche. Io sono solo associato, e quindi non sono economista per l’Italia. Ma lo sono, fortunatamente, per l’estero. Quando ti trovi di fronte un economista quindi dovresti valutarlo in base a tre semplici domande: dove insegna? cosa insegna? cosa ha scritto?

A queste domande oggi è facilissimo rispondere, perché se una persona esiste, sarà su Internet: 30 secondi di Google risolvono molti dubbi: immediato vedere se chi si qualifica come economista ha le competenze relative. Fa parte di questa valutazione il capire se la sua produzione scientifica è presentabile o meno. Un compito difficile, me ne rendo conto, per chi è all’esterno della professione. Ma le fonti di informazione ci sono. Basta vedere se l’economista in questione ha pubblicato su riviste di qualità, per avere una prima indicazione del suo valore. Ma come si distinguono le riviste “di qualità” se non si è economisti? Personalmente trovo utili le classificazioni dell’ANR e del CNRS francesi, che dividono le riviste scientifiche in economia in tre o quattro fasce di qualità, sulla base di molti criteri che sarebbe complesso riassumere, ma che cercano di superare i limiti dell’impact factor, messi in luce su questo forum (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Ricerca-non-si-vive-di-sole-citazioni-5507). Le classificazioni sono qui:

http://sites.google.com/site/section37cnrs/Home/revues37/liste_juin_2008_MAD2010.pdf?attredirects=0
http://prism.univ-paris1.fr/New/Docs/categorisation_revues_conrs.pdf

Incrociando queste informazioni con il CV dell’economista di turno avrete un primo riscontro.

Ad esempio, scoprirete che io sono un economista di “secondo ordine” nei campi di cui mi sono occupato (non ho nessun articolo in riviste prima fascia, ma ne ho abbastanza in seconda fascia), così come scoprirete che molti altri “economisti” da talk show sono totalmente inesistenti sotto il profilo scientifico (e naturalmente altri sono molto più qualificati di me). Wray ha qualche “Journal of Economic Issues” e qualche “Journal of Post-Keynesian Economics” (terza fascia), qualche “Review of political economy” (quarta fascia). Si può fare di più, ma almeno è un economista, non uno di passaggio! Certo, quando uno scrive un working paper al giorno, ma poi nessuno glielo pubblica, qualche dubbio viene, però il punto che volevo sollevare qui non è tanto la distinzione fra economisti “buoni” e “cattivi” (quella la scopriremo solo vivendo), quanto fra economisti e non economisti.

Detto questo, e invitando quindi tutti a un minimo di attenzione (onde evitare che il consumo di uova vi venga proposto come terapia contro il colesterolo da un "cardiologo" laureato in agraria e proprietario di un pollaio), entro nel merito. Lo faccio a un livello molto generale, perché Wray tocca molti temi interessanti la cui sintesi richiederebbe troppo tempo. Mi limito a osservare che gli studi di Wray contrastano l’asserzione secondo la quale “l’inflazione è un’imposta sulla povertà”, che va tanto di moda oggi soprattutto a sinistra. Il contrasto ideologico all’inflazione genera impulsi recessivi e disoccupazione. E se non guadagni nulla, ti interessa poco che il potere d’acquisto dei tuoi zero euro sia difeso da una banca centrale indipendente da te (ma non dalla Merkel). Non a caso l’attacco all’economia keynesiana (ma direi sostanzialmente al buon senso) è partito nel 1968 con un articolo di Milton Friedman il cui scopo era proprio quello di negare l’esistenza di una relazione fra disoccupazione e inflazione. La storia sarebbe lunga e non proseguo. Spero di avervi aiutato a capire chi ha il diritto di raccontarvela, e chi sarebbe meglio parlasse di altro.

Ma svalutare non porta a impigrirsi?

Buona sera Professore, avrei una domanda da porle, volevo chiederle se il continuo ricorrere alla svalutazione non porta aziende e istituzioni a sedersi sugli allori?
Ad esempio non migliorando la loro efficienza sistemica: investendo meno in innovazione e non liberalizzando i mercati.
Al contrario, il "giusto" rigore non può portare a recuperare produttività, e di conseguenza diminuire i prezzi e aumentando
la competitività, ristabilendo così l'equilibrio nelle partite correnti?
La certezza di avere questo strumento, non porta a impigrirsi e a non ingegnarsi?

Grazie.
Un suo vecchio studente.

Thought for food

Grazie professore
Di pelle mi stanno un poco sulle palle, i Francesi, ed inoltre non ho tempo da dedicare al loro vernacolo: ultimamente non so perché mi sono incaponito sul cinese ... ma comunque con l'aiuto della mia conoscenza di base (bouffer, boire, coucher) e del traduttore automatico direi che il messaggio è chiaro! Tra l'altro ne deduco che subiremo lo sgretolamento, dacché non vedo chi, "aujourd'hui", potrebbe gestirlo in senso positivo! Io ne parlo, dello sgretolamento, a tutti quelli che mi capitano a tiro, ma faccio una fatica cane a strappare Manuela Arcuri , Sabina Began, Tarantini, il VideoPoker, Moggi, Moratti nel senso di Inter e Agnelli nel senso di Juve dal cervello della gente. Sai che ti dico? Speriamo di arrivarci interi al giorno di San Crispino! Cheers! Westmoreland

P.S. A quando un commentaccio sul pareggio di bilancio (inteso qui come panacea)?

Thought for food

Grazie professore
Di pelle mi stanno un poco sulle palle, i Francesi, ed inoltre non ho tempo da dedicare al loro vernacolo: ultimamente non so perché mi sono incaponito sul cinese ... ma comunque con l'aiuto della mia conoscenza di base (bouffer, boire, coucher) e del traduttore automatico direi che il messaggio è chiaro! Tra l'altro ne deduco che subiremo lo sgretolamento, dacché non vedo chi, "aujourd'hui", potrebbe gestirlo in senso positivo! Io ne parlo, dello sgretolamento, a tutti quelli che mi capitano a tiro, ma faccio una fatica cane a strappare Manuela Arcuri , Sabina Began, Tarantini, il VideoPoker, Moggi, Moratti nel senso di Inter e Agnelli nel senso di Juve dal cervello della gente. Sai che ti dico? Speriamo di arrivarci interi al giorno di San Crispino! Cheers! Westmoreland

P.S. A quando un commentaccio sul pareggio di bilancio (inteso qui come panacea)?

Food for thought

To the happy few (quelli che studiando le lingue si sono liberati dai pennivendoli italiani):

http://www.lemonde.fr/economie/article/2011/09/19/la-dette-de-la-grece-est-aujourd-hui-absolument-impossible-a-rembourser_1574186_3234.html#ens_id=1268560

Jacques Sapir è un economista. Ha 16 pubblicazioni scientifiche repertoriate su EconLit. Nella sua analisi ravviso un unico limite: non considera, fra le possibili strategie per mantenere in vita l'euro, quella dell'adozione di politiche fiscali espansive da parte della Germania. Si tratta però di un limite minore. Questa possibilità, evocata ad esempio dal FT, non è politicamente proponibile, come ho cercato di spiegare in questa discussione, e quindi fa bene Sapir a non prenderla in considerazione.

Quello che dice della classe politica francese si applica esattamente a quella italiana. Il processo inevitabile di sgretolamento di questo assurdo economico va gestito, o verrà subito.

Solo uno studente

Caro Polini,

gli studenti ai quali sono abituato io non fanno domande delle quali non credano di conoscere la risposta, e capiscono le cose difficili ma non quelle semplici. Quindi lei mi sembra molto ma molto più avanti. Complimenti e buon lavoro. Dovremo parlare una volta dei redditi netti dall'estero...

Grazie

Grazie delle precisazioni e, soprattutto, delle preziose indicazioni (sono solo uno studente...)

Kyrie Eleison

Caro Bagnai

Lei ha scritto

Per loro l’euro è di sinistra perché così glielo hanno raccontato le persone delle quali si fidano, e sarebbe perfino ingiusto scuoterli in questa loro certezza, porli di fronte al tradimento che hanno subito. Requiescant.

Nella sua pudica crudezza, questo epitaffio dell’abisso umano mi smarrisce e mi devasta. Ora, per un attimo, come diceva il poeta, a dispetto della “mia fame di lupo, ammaino, il mio corpo di pecorella”. Ora, per un attimo, vorrei uscir fuori dalla storia, e nulla averci più a che fare! Ora, per un attimo, davvero vorrei partire per Shangri-la per non fare più ritorno piuttosto che assistere all'ennesima guerra di Maghi su uno sfondo di Babbani! Svaniti.....

Il Nemico!

Caro Alex, grazie. Avevo provveduto a difendermi da solo il un post in calce all’articolo di Viale, ma non con la tua efficacia. Tu sei di buone letture, si capisce: vai a farti due risate...

Vorrei però spezzare una lancia a favore di Viale. Intanto, il tono del mio intervento era molto acceso, e questo è sempre controproducente. Poi se uno legge in grassetto una frase che nell’articolo non c’è (il famoso “cavarsela con la svalutazione”) è evidente che, sapientemente indirizzato, deve avere molta attenzione, un’attenzione che anch’io difficilmente avrei, per non arrivare fino in fondo alla china sbagliata. Viale c’è arrivato, se ha fair play lo riconoscerà, e altrimenti chi se ne frega. Ho altrove i miei tribunali.

Il mio tono era acceso perché questa è la mia natura fiorentina, “quella fiorentinità fisica e metafisica che consiste in un abito di lucida causticità, un irriducibile amore delle idee chiare e distinte”, come dice non ricordo più chi nella prefazione ai Ricordi di Guicciardini, riletti da poco (non sia mai servano!). Certo, le idee chiare e distinte (magari anche sbagliate) servono, ma se le sommergi nella bile lo scopo del gioco potrebbe essere frustrato. Il travaso di bile me lo aveva fatto venire l’articolo di Rossanda, che sotto il pretesto di porre delle domande giuste dava soprattutto delle risposte sbagliate. Se lo avessi detto subito non ci avreste creduto, ma dopo l’intervista a Amato credo che dubbi non ce ne siano più. C’è aria di Realpolitik.

Detto questo, non vorrei che l’espressione “fa un po’ pena”, dettata dall’indignazione, suonasse offensiva, perché non voleva esserlo. Il fatto è che da anni ormai assisto allo spettacolo per me profondamente triste, penoso, di tanti compagni e compagne distrutti economicamente ed esistenzialmente dal bias deflazionistico dell’euro, che però sentimentalmente continuano a votare per quelli che occupano la casella meno a destra, e ripetono, sempre più atoni, sempre meno convinti, ma con la tenacia dei russi a Stalingrado “meno male che c’è l’euro”. A queste pecorelle mandate al macello (“e lo mperché non sanno”, diceva un altro fiorentino) è impossibile far cambiare idea. Per loro l’euro è di sinistra perché così glielo hanno raccontato le persone delle quali si fidano, e sarebbe perfino ingiusto scuoterli in questa loro certezza, porli di fronte al tradimento che hanno subito. Requiescant.

Il problema, alla fine, caro Alex, è esattamente quello che individui tu. Io e te (e molti altri, ne sono sicuro) siamo affezionati a una sinistra che non esiste più, quella che si identificava con il pensare critico. Oggi invece siamo alla morfologia della bugia. Berlusconi ha stravinto culturalmente, e forse per sempre, perché ha convinto la “sinistra” a competere con lui sullo stesso piano di comunicazione acritica, di favoletta. Il pensiero di sinistra non è più il materialismo storico: è semplicemente mettere “Berlusconi boia” in fondo a ogni asserzione, a QUALSIASI asserzione. Sono quindi diventate di sinistra frasi come “le privatizzazioni avvantaggiano i consumatori (Berlusconi boia)”; “il libero scambio aumenta il benessere (Berlusconi boia)”; “Hitler aveva ragione (Berlusconi boia)”. Be’, quest’ultima non l’ho ancora sentita, ma la sentiremo, e da economista mi preoccupa meno delle prime due.

Una volta per essere di sinistra dovevi aver letto un certo libro. Mi sembra che il crollo del famoso muro abbia liberato la maggior parte dei compagni dal peso forse insostenibile di leggere quell’unico libro (che nella maggior parte dei casi, però, se ne tirava dietro molti altri). Esattamente come la cosiddetta critica di Lucas ha liberato molti economisti di sinistra dall’obbligo di studiare l’econometria (tanto non serve, l’ha detto il “compagno” Lucas) e quindi di confrontarsi coi dati. Perché perdere la vista sulle “International financial statistics”, quando per fare bella figura basta dargli di neologismo?

Certo che Berlusconi è indecoroso. Certo che ha commesso errori anche in campo economico. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’operazione mille lire = un euro (negata da tutti i miei colleghi) l’ha gestita lui. E da quel preciso momento il rapporto debito/reddito delle famiglie è letteralmente esploso, raddoppiando in dieci anni (a spanna, dal 35% al 70%). Ecco perché ora ci servono i soldi dei cinesi per collocare il nostro debito (che abbiamo sempre comprato quando riuscivamo ad arrivare a fine mese). Ma anche senza questa bella spinta in discesa, l’euro sarebbe comunque stato un assurdo. Certo, Berlusconi non è contrario all’euro! Il perché mi sembra chiaro, ho scritto un articolo per spiegarlo! Ma non è ragionando in termini di Berlusconi o delle sue categorie che risolveremo i problemi. Cerchiamo di farlo in termini razionali.

Faccio un esempio, che sottopongo alla vostra critica.

Perché ci troviamo con questa merda di sistema elettorale, che ci obbliga a andare a votare turandoci il naso. Perché un certo giugno di qualche anno fa Berlusconi, pardon, Craxi, ci disse di andare al mare, e noi, convinti di abbattere il Nemico, ci mettemmo in mano a un sistema che nel giro di pochi anni ha distrutto la possibilità di esprimere una voce di sinistra critica in sede parlamentare. E le famose pecorelle di cui sopra sono tutte contente, e ancora la vedono come una grande vittoria della sinistra contro il Nemico.

Questi sono ragionamenti da farmer del Midwest americano. Non dovrebbero essere ragionamenti da elettore di sinistra europeo. Ragionare in termini di buoni (noi) e cattivo (Craxi) ci ha già portato a un sonoro autogol. Continuare a farlo ci metterà in mano ai famosi macellai belgi di cui parli, come tu vedi con grande lucidità. C’è da sperare che non siamo solo in due, ma se ce n’è un altro sicuramente non è da queste parti. Certo, adesso Viale dirà che Bagnai è andreottiano. E facciamoglielo dire. Alla fine è un problema di “time consistency”. Molto meglio essere di sinistra da giovani e di destra da vecchi che il contrario! Ci siamo capiti. Salutami RR se la vedi. Abbiamo elaborato ben altri lutti.

Furto di Democrazia o di buon senso?

Ho letto l’articolo di Guido Viale segnalato da Marco da Palermo: in esso si legge

“ … le auto della Fiat prodotte con il metodo Marchionne - a cui forse Bagnai attribuisce eccessiva credibilità”

Ora io non so se realmente Bagnai sotto sotto agisca da promoter di Marchionne né se Guido Viale si riferisca ad altri scritti o dichiarazioni che io non conosco. Ma se Guido Viale si riferisce all’articolo di Bagnai “l’Uscita dall’Euro prossima ventura” ritengo utile sottolineare il possibile bias ideologico latente dietro il suo commento. Nell’articolo di Bagnai in questione, se non erro, l’unico riferimento a Marchionne è

Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi), aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena.

SE il cambio è fisso etc… ALLORA il peso si scarica sui prezzi etc…

Da cui si deduce logicamente e niente affatto ideologicamente che

COROLLARIO La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena.

Certo poteva scrivere “è in contraddizione con se stessa” al posto di “fa un po’ pena” , immagino non sia fatto di ferro il Professore, ma nella sostanza non si scappa. Se questo corollario infastidisce occorrerà smontare il teorema che lo regge (SE il cambio è fisso ALLORA etc …), non glissare con un "Bagnai si fida troppo di Marchionne". C’entra niente il fidarsi di Marchionne o meno! So che le conclusioni del teorema, sono fastidiose da affrontare per l’elettorato di sinistra, ma è giunta l’ora che lo si faccia.

Il teorema cosa dice in termini brutti: che chi ha cacciato gli Italiani ed in particolare i lavoratori Italiani nell’Euro, li ha di fatto immobilizzati e li sta brutalizzando (un Bondage ante litteram visto che va di moda in questi giorni)!

Ora, ahimè, chi ha cacciato in primis gli Italiani nell’Euro, entusiasticamente, è stato un governo presieduto da un ex democristiano, l’Onorevole Prodi, sorretto da una coalizione di sinistra. Punto! Altro che Bagnai si fida troppo di Marchionne! Altro che i casini li fa la destra, meno male che c’è la sinistra che li sistema (come dice il Cittadino B). Sono certo che quanto scritto verrà frainteso ideologicamente e verrà preso come un pistolotto assolutorio nei confronti del “mago B” (mi riferisco all’attuale presidente del consiglio, il Silvio nazionale) e della destra Italiota.

Assoluzione, se mi è concessa la caduta di stile, un paio di palle! Il “mago B” , è stato praticamente gli ultimi dieci anni al governo (fatta eccezione un biennio di interregno, quello in cui è stato sfilato da sotto il cuscino il TFR ai lavoratori, vi ricordate che non c’era il “mago B” al governo vero? Un’ottima idea affidarlo ai fondi di investimento alla vigilia del 2008 non c’è che dire) e pur con la potenza di fuoco mediatica di cui dispone e che lo avrebbe reso molto facile, non ha fatto niente per far emergere l’inganno dell’Euro. Anzi si è reso connivente facendo in modo che si parlasse di tutto (fondamentalmente i ..azzi suoi e della sua corte) tranne che dell’inganno del secolo!

Con il risultato che il Toro (tutti noi) aizzato dalle Banderillas e dalle Picas abilmente manovrate dal “Mago B” si consegnerà ignaro esangue sfiancato, nondimeno magari ballando gioiosamente “Siamo coglioni” (vi ricordate anche questo vero, all’indomani delle ultime elezioni vinte dalla sinistra?) al “Matador” rappresentato da “un governo tecnico di salute nazionale” o larghe intese o che altro ci si può inventare per cammuffare il tutto, condito di tecnici macellai patrocinati da Bruxelles e sorretto da … ecco, preferisco non scriverlo! Mi fa schifo scriverlo!

Il “mago B” per conto mio è disgustoso su tutta la linea, spero si levi dai piedi e senza sconti, altro che “salvacondotto”, ma un pregio lo ha: ti sta davanti! Cordiali saluti.

Aumentare le esportazioni o diminuire le importazioni?

Interessante il commento di Guido Viale su “il manifesto”. Tra l’altro si cita anche il prof. Bagnai.

http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/09/articolo/5350/

Condivido le analisi economiche del prof. Bagnai e quelle politiche di Guido Viale. La soluzione dell’uscita dall’area euro potrebbe permettere di utilizzare, tra gli altri, lo strumento della svalutazione monetaria per aumentare le esportazioni e quindi diminuire il deficit commerciale verso l’estero. Ricordiamo, come lo stesso Bagnai afferma, che a livello macro occorre verificare due punti di vista. Infatti, se l’Italia aumenta le esportazioni e quindi riequilibra la sua bilancia commerciale, qualcun altro sicuramente dovrà aumentare il deficit commerciale anche verso l’Italia diminuendo la domanda verso prodotti interni. In pratica torniamo al problema che già Keynes aveva cercato di risolvere con la proposta di istituire un organismo che si occupasse di neutralizzare gli effetti discorsivi delle politiche valutarie. E’ vero che l’Italia ne gioverebbe da un ritorno alla sovranità monetaria. Ma Siamo sicuri che la cosa giusta sia sempre quella di aumentare il PIL sic et simpliciter? Non sarebbe auspicabile, come suggerisce Viale concentrarsi sulla diminuzione delle importazioni favorendo la produzione interna, quella locale che rientri in una più ampia politica economica e industriale tesa al mantenimento degli investimenti durevoli invece di aumentare l’investimento in capitale fisso con le “grandi opere”, lo sviluppo industriale, lo stimolo alla domanda di beni di consumo inutili e deleteri per la nostra salute mentale e fisica.
Un’altra soluzione interessante ce la suggerisce il prof. Wray, un economista post Keynesiano che lavora per la piena occupazione. Infatti, più che guardare all’aumento della produzione e del PIL ci si dovrebbe concentrare, in un’ottica più ortodossa keneysiana alla piena occupazione. Meglio una società dove tutti lavorano con un po’ di inflazione, che una società con alti tassi di disoccupazione e continua deflazione (soprattutto quella dei salari). Mi piace l’approccio del Pubblic Service Employment e dell’idea di un governo come “datore di lavoro di ultima istanza”. Ciò si potrebbe attuare però solo con il ritorno alla spesa pubblica in deficit. Già in un commento precedente avevo chiesto al prof. Bagnai cosa ne pensasse.
A presto.

La strada sbagliata porta nel posto giusto?

Caro Alex, mi creda ho molto apprezzato il suo humour e sono lieto di esserle stato utile. In logica è più avanti di me, le ho detto che ho interrotto i miei studi molto tempo fa. Io sono rimasto euclideo, come Ivan Karamazov, e aristotelico, per incompetenza, ma anche per economia del pensiero: non penso che sia necessario utilizzare strumenti molto complicati per spiegare cose abbastanza semplici. Dovremmo veramente chiederci quanto sia plausibile che se è una cosa è un male la sua assenza o il suo contrario siano anch'essi un male, e quanto sia plausibile che la strada sbagliata porti nel posto giusto (con buona pace di Lobacevskij!). Io non ne ero convinto nel 1997 (http://w3.uniroma1.it/econometria/research/Eur.pdf), e ne sono convinto ancora meno ora che siamo arrivati nel posto sbagliato.

Eppure sono venti anni che non si sente altro che questo, ma, le assicuro, lo si sente solo in Italia! Nulla quanto la rappresentazione dell’euro nei media italiani fornisce, a chi ha un minimo di competenze, la percezione netta di quanto siamo colonia culturale. Per questo scuso certi soggetti. Tutto comprendere è tutto perdonare, dice la principessa Maria.

Prima dell'inizio l'euro è stato criticato estesamente sulla letteratura scientifica internazionale, semplicemente perché era un assurdo sulla base della teoria delle aree valutarie ottimali, una teoria relativamente consolidata, anche perché basata (fino a prima dell’euro) sul buon senso. La reazione dei politici europei e dei loro economisti è fondamentalmente stata “gli americani sono ottusi e invidiosi, per questo ci criticano”. Proprio così: “signora mia, c’è tanta invidia nel mondo”. Due campioni di questi argomenti da comare sono Jonung e Drea (2010) “It Can't Happen, It's a Bad Idea, It Won't Last: U.S. Economists on the EMU and the Euro, 1989-2002” Econ Journal Watch. Leggendoli constaterebbe, fra l’altro, che gli economisti pagati dalla Commissione Europea in media tendono a essere più favorevoli all’euro di economisti molto migliori (e molto meno prezzolati... ma forse più invidiosi?) di loro. Non è strano. In economia spesso le analisi cliniche vengono fatte fare ai dirigenti delle industrie farmaceutiche (ci siamo capiti). In conflitto di interessi non c’è solo B.

Ora la tesi che le critiche all’euro sono frutto di invidia spero che ce la siamo lasciata dietro le spalle, a meno che non vogliamo fare un altro passo avanti e non vogliamo stabilire un preciso nesso causale fra l’invidia e la crisi (“ce l’hanno tirata gli americani perché sono invidiosi! Signora mia, c’è tanta cattiveria nel mondo”). Alla fine, questa teoria economica della jettatura non sarebbe molto più assurda di certi “argomenti” delle comari che identificano l'Europa con l'euro...

Grazie!

Gentile Professor Bagnai
Grazie per la risposta; probabilmente con la battuta su cittadino B. sono riuscito a farmi fraintendere. Condivido con lei il fastidio tanto per il “furto di democrazia” quanto per la “morfologia della bugia” che lo va a perpetuare. Per il resto non sono un tecnico di Economia, cerco informazioni, dati e possibili spiegazioni, formulate da tecnici credibili, che li colleghino: ed i suoi interventi in tal senso sono molto utili. Il suo riferimento ad Aristotele probabilmente ha chiarito il motivo dell’equivoco; ci siamo fraintesi proprio sulla logica di base. Io propendo decisamente per la logica costruttivista, in cui il principio del terzo escluso non vale. (http://plato.stanford.edu/entries/logic-intuitionistic/#RejTerNonDat) Cordiali saluti.

Due "belle" proposte

Caro G.C., le sono grato dell’apprezzamento. Mi permetta però una battuta solidale e non acrimoniosa: secondo me “perseverare nel voler ridurre le disuguaglianze di reddito” non è di sinistra. È dire come si fa a ridurle che è di sinistra. Nemmeno un economista di Chicago (o di Maastricht) le dirà esplicitamente in faccia “voglio più povertà”. I buoni propositi sono trasversali. Ora, non è che lei non indichi una strada. Lo fa in modo tecnicamente molto puntuale: in effetti lo snodo è il mercato del lavoro e il modo in cui i lavoratori tedeschi sono tenuti lontani dal banchetto del surplus tedesco. Alio modo, la si può vedere in termini di politica fiscale espansiva, come faccio più semplicemente io insieme a molti altri. Come la metti la metti, il problema rimane sempre che la Germania non vuole cooperare: semplicemente non è in grado di concepire un progetto di unione che non sia un Anschluss. Possiamo sperare che l’atteggiamento cambi, ma sarà un processo lungo, da gestire su altri livelli e con altri strumenti (sicuramente non è tagliando i fondi Erasmus “per risparmiare” che si può insegnare ai tedeschi a non aver paura degli italiani, per fare un esempio). E fino a quando l’atteggiamento non sarà cambiato, la rigidità introdotta dalla moneta unica sarà estremamente nociva.

Ha mai notato quanto sono inutilmente complicate le barche a vela? Tutte quelle “corde”! Che spreco di cavi! E l’acciaio costa! Perché non saldare direttamente l’albero alla scassa, anziché tenerlo su con stralli e sartie? Non sarebbe più economico? No, perché senza l’elasticità assicurata dalle “manovre fisse” (le "corde" che tengono su l’albero), al primo groppo di vento la barca, priva della necessaria elasticità, disalbererebbe. La teoria delle aree valutarie ottimali dice questo. Ma i tedeschi, oltre a non essere mai stati ottimi economisti, non sono nemmeno mai stati buoni navigatori (so che lei lo sa, ma un esempio in più non può far male).

Caro Polini, lei dice tre cose e io comincio dall’ultima: le proposte della sinistra. Premessa: lo scorso anno mi son dovuto occupare per l’UNECA di studiare il problema della convergenza macroeconomica, vista come presupposto dell’adozione di una moneta unica. Lo studio è qui: http://www.uneca.org/tfed/events/MacroeconomicConvergence/macroeconomic%20convergence%20in%20central%20africa3.pdf e credo mi sia stato commissionato perché da 15 anni mi occupo, con pubblicazioni su riviste impattate, di problemi di economia internazionale monetaria. In questo studio ho passato in rassegna quasi 50 anni di letteratura sul problema delle aree valutarie ottimali, senza incontrare il collega che lei mi segnala. Mi sono andato a leggere l’articolo che lei indica. Pubblicato il 19 agosto 2011, segnala il fatto che il problema sono gli squilibri esterni, più di quelli pubblici. Manca, mi sembra, lo snodo fondamentale, cioè che il debito estero è principalmente di natura privata, e sostanzialmente per questo motivo è pericoloso (ma per sapere questo bisogna aver studiato bene il problema dei deficit gemelli, come mi è capitato di fare: http://dx.doi.org/10.1007/s10368-006-0050-8). Tesi analoghe erano state espresse da De Grauwe il 5 ottobre 2010 (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001931.html), da Rossini il 7 maggio 2010 (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001698.html), da Bagnai (prima di Rossini... ma con quasi le stesse parole) il 23 febbraio 2010, in un articolo che lei conosce (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Anche-l-Europa-ha-i-suoi-Stati-subprime-3854). L’analisi quindi a me sembra corretta ma non molto originale: sono cose che si sanno almeno da Fleming (1971) “On exchange rate unification”, Ec. J., e che la letteratura economica post-keynesiana ha evidenziato nella sua analisi delle cause della crisi asiatica (Hussain et al, 1999, Afr. Dev. Rev.). Ora, a differenza di molti, io penso che sia meglio dire cose giuste, piuttosto che cose originali, quindi fino a qui tutto bene.

Il problema però sono le proposte. Lei parla di proposte, e io ne vedo solo due: un accorato appello alla Germania (che, per dirla con il linguaggio di un popolo di navigatori, se ne batte il belino: vedi sopra), e un invito perché l’Italia faccia “riforme strutturali per aumentare la produttività”. Cosa c’entra la produttività lo ho chiarito nel mio intervento: se aumenta, si abbattono i costi di produzione e si ristabilisce la competitività, sanando gli squilibri esterni. E anche fino a qui ci siamo. Tuttavia a me non sembra particolarmente “di sinistra” (se identifichiamo la sinistra con l’economia keynesiana) ridurre tutto a un problema di supply side (la produttività, lei lo sa, riguarda l’offerta), in presenza di un colossale problema dal lato della domanda causato dal bias deflazionistico dell’euro. Del resto, Mario Nuti ha scritto un bell’intervento sulle riforme strutturali (http://dmarionuti.blogspot.com/2010/03/reforms-progress-and-modernisation.html).

Ma posto anche che la “supply side economics” sia diventata di sinistra (“signora mia, è caduto er muro, ‘e bariere ideologgiche nun ce stanno più”), mi limito a ripetere quello che ho detto a G.C.: “aumentare la produttività” non è di sinistra. È dire come si fa, possibilmente senza comprimere i diritti dei lavoratori, che è di sinistra. Ma di questo, nell’articolo che a lei sembra contenere proposte, non c’è traccia (forse per motivi di spazio?). Anche Marchionne vuole aumentare la produttività. E anche Cagliostro, quando andava alla ricerca della pietra filosofale, di fatto stava cercando di aumentare la produttività delle miniere di carbone. Ci siamo capiti, vero?

Competizione e svalutazione

Caro Alex, da persona profonda qual è ha afferrato immediatamente la mia natura profondamente competitiva. Confesso: per me l’importante è vincere, non partecipare, ed è per questo che scelgo bene i miei avversari! L’euro è una vera manna dal cielo, e soprattutto lo sono i suoi sostenitori. Non voglio però approfittare del vantaggio sleale conferitomi da Bendinelli. Anche dal suo intervento c’è da imparare, non fosse altro che il dono della sintesi e l’uso creativo del linguaggio.
Prima di risponderle, io che il dono della sintesi non ce l’ho (mi manca il tempo per scrivere poco), devo fare un paio di precisazioni.
La prima è che sono molto grato a tutti per l’attenzione che avete dedicato a questo mio intervento. La vostra attenzione dimostra che se si fosse voluto informare, i margini ci sarebbero stati, perché l’interesse esiste, ed esiste la possibilità di dialogare. Certo, bisogna però confrontarsi sui fatti, sui dati, e non sui neologismi (demoplutoneoliberista). Qualcuno sa dirmi in cosa un neoliberista differisce da un liberista? Il “neo” cosa aggiunge alla nostra conoscenza?...
La seconda precisazione l’ho già fatta più in basso, ma giova ripeterla: titolo e occhiello del mio lavoro sono redazionali (il che peraltro implica che le critiche del cittadino B. siano un tantino ingiuste, perché metà delle parole che ha letto in effetti non le ho scritte io... ma va bene così!). La redazione per “chiarire” il mio pensiero in realtà ha chiarito il suo, che in sintesi è questo: “l’euro era una cosa tanto buona, ma purtroppo per colpa di Berlusconi e dei mercati si è rivelata controproducente. Ora però arriverà la sinistra e tutto andrà a posto”. Una bella favoletta, con un buono (noi), un valore (la stabilità dei prezzi), una interdizione (non svalutare), un cattivo, anzi due (Berlusconi e i mercati neodemoplutoecc.)... le ricorda qualcosa? Sì, è proprio la “Morfologia della bugia” di Umberto Eco. Ed è la visione condivisa dalla maggior parte degli interventi in questo forum. Una visione che ha il pregio di essere facilmente spendibile in sede politica, perché di “cittadini” disposti ad ascoltare favole ce ne sono più di quanti non se ne trovino disposti a analizzare dati. Piccolo problema: è in contrapposizione frontale con una quantità notevole di studi scientifici, secondo i quali ad esempio è dubbio che la stabilità dei prezzi sia un valore in sé, che i cambi fissi siano superiori a quelli flessibili, ecc. Sono dibattiti ancora aperti, e forse lo saranno sempre, per il semplice motivo che attengono a quella cosa molto politica e poco tecnica che è la distribuzione del reddito. Ma per la redazione (e, non dimentichiamolo, per Rossanda e Amato) questi dibattiti sono “tecnicamente” chiusi. Fa un po’ paura...
Con questo presupposto, vedrà che nel mio intervento io non dico da nessuna parte che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro: dico (1) che non ci sarebbe dovuta entrare, (2) che l’euro deflagrerà per colpa della Germania, e (3) che questo non sarebbe una tragedia per noi perché doterebbe il sistema di un meccanismo (semi)automatico di riequilibrio degli sbilanci esterni, che sono la causa della crisi nella quale ci troviamo (cosa ampiamente riconosciuta ormai da tutti). Non è una sfumatura e non sto svicolando.
A me preoccupa molto il furto di democrazia insito nel fatto che una scelta tecnicamente sbagliata in termini economici sia stata presentata dai politici come imposta da necessità di ordine tecnico (che non esistevano) e priva di costi (che invece esistevano), e mi preoccupa non perché trovi interessante piangere sul latte versato, ma perché vedo riaffacciarsi lo stesso metodo (governi tecnici ecc.). Mi preoccupa molto di più perché vedo che non preoccupa nessuno di voi! Mi preoccupa anche l’atteggiamento imperialistico della Germania, e non perché non voglia diventare un suddito tedesco (penso che potrei permettermelo: parlo tedesco e ceno alle 18:30), ma perché questo atteggiamento è insostenibile in termini politici ed economici, e ci conduce solo verso un’Europa più divisa e meno competitiva, che non mi interessa (anche se potrei tranquillamente viverla dalla parte dei “vincitori”). Ricordiamolo sempre: l’Europa non è l’euro, e l’euro è il peggior nemico dell’Europa. Sbrana sostiene (con altri) che la Germania starà attenta a non segare il ramo sul quale è seduta. Immediatamente dopo queste sue considerazioni, le esternazioni della Merkel sull’Italia hanno fatto temere il peggio. Il problema è politico. La crisi c’è per tutti, e chi governa è ovunque in difficoltà. Ma la Germania ha un modo tutto suo di superare le difficoltà politiche, sperimentato con successo nel secolo scorso: dare la colpa agli altri. Così come in Italia la “sinistra” si trova in una impasse perché ha propugnato quello che giustamente Polini vede come un progetto di destra (Maastricht), allo stesso modo in Germania la sinistra, se anche andasse al potere, avrebbe enormi difficoltà a fare l’unica cosa giusta per tenere insieme i cocci dell’euro: spendere, cioè cooperare con politiche espansive al riequilibrio degli sbilanci dei quali ha beneficiato fino ad oggi. Per l’elettore tedesco (ma anche per Bendinelli) saranno sempre molto più convincenti gli argomenti alla Merkel. I politici di “sinistra” tedeschi, paralizzati dal terrore di perdere la cadrèga, non faranno la cosa giusta, e quindi l’euro esploderà. Certo, con queste premesse credo che sarebbe meglio gestire questo processo, anziché subirlo passivamente. Ma questo non vuol dire propugnare svalutazioni “competitive”.
Anzi, facciamo tutti un esercizio zen: riusciamo a dire “debito” senza aggiungere l’aggettivo “pubblico”, e “svalutazione” senza aggiungere l’aggettivo “competitiva”? Esiste anche il debito privato (il debito estero lo è in massima parte, e per quello mi preoccupa), ed esiste anche la svalutazione tout court, che poi è anche la rivalutazione di qualcun altro. Riusciamo a pensare in modo simmetrico? Riusciamo a ricordarci che oltre a una offerta sul mercato esiste una domanda? Riusciamo a concepire che le variazioni dei prezzi avvantaggiano alcuni nello stesso momento in cui e per lo stesso motivo per cui svantaggiano altri? Forse dovremmo tornare ai pensieri di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Anche una svalutazione vista dall’estero somiglia molto a una rivalutazione. Dal mio punto di vista (quello di Pippo?) il problema dell’area euro non è tanto che l’Italia non può svalutare, quanto che la Germania non può rivalutare. E in effetti è la “non rivalutazione” nominale della Germania a essere una svalutazione reale “competitiva”, cioè a costituire una politica beggar-thy-neighbour delle più classiche. Questo ormai lo vedono tutti, e non credo sia una teoria del complotto, ma un semplice dato di fatto.
Un’ultima considerazione. Se non avete letto Pippo, avrete letto Aristotele. Rileggiamolo insieme, per ricordarci che la Grecia non è solo la patria del default: “quando i contrari sono cosiffatti che l’uno o l’altro di essi deve necessariamente appartenere all’oggetto di cui si predicano, allora tra essi non sussiste alcuna nozione intermedia.” (Categorie, 12a). Qui siete tutti convinti che l’euro sia un male... ma anche convinti che il non-euro sia un male! Fantastico! Mi ricorda una conferenza del prof. Ciocca, il quale esordì dicendo che l’inflazione è un male sottile, un cancro che corrode la società (e ovviamente una tassa sulla povertà e via dicendo), ma anche la deflazione è un male devastante... E il povero principio del terzo escluso che fine ha fatto? Se una cosa è un male, perché il suo contrario non è un bene? Se voi siete convinti che l’euro sia un male, perché chiedete a me se liberarsene sarebbe un bene? Meglio tenersi il male? Non capisco. Siamo all’economia metafisica. Io purtroppo ho smesso di leggere Aristotele a pag. 39 degli “Analitici primi”. Poi sono prudentemente passato da filosofia a economia. Alla Metafisica quindi non ci sono arrivato, e mi dichiaro incompetente.
Ma parliamo di dati, sui quali qualche competenza l’ho maturata. Quelli del 1992 ve li ho proposti, sono quelli, se non ci credete andate su www.imf.org e cercate “World Economic Outlook database”. Nel 1992 il recupero, tramite riallineamento del cambio nominale, del differenziale di inflazione maturato nei cinque anni precedenti riequilibrò (certo non da solo) i conti con l’estero. L’argomento di Caviglia è sostanzialmente che questo oggi non potrebbe succedere perché il nostro sistema produttivo non ha più niente da esportare: vent’anni dopo c’è il deserto (per colpa di Berlusconi, o dei neodemopluto, o di Rockerduck...), e quindi è inutile aggiustare i prezzi se non si ha niente da vendere. Un punto di vista interessante, molto ben argomentato, molto dettagliato, ma parziale. Intanto, sottolineo che di questa cosa il resto del mondo non pare se ne sia accorto. Nel 1992 le esportazioni italiane erano pari al 18% del Pil (Istat), nel 2010 (dopo il collasso del commercio mondiale causato dalla crisi del 2009) al 27%, dopo aver toccato il 29% nel 2007. Niente male per un paese che non ha più “che lacrime da offrire al silenzio”. Per carità: da macroeconomista tendo a essere un po’ sbrigativo. Ci sono tanti mercati, e tanti economisti industriali per studiarli. Ma quando un terzo del Pil va in esportazioni, è difficile argomentare che un aggiustamento delle ragioni di scambio non avrebbe effetti, non credete? Anche perché l’asimmetria ideologica impone di ragionare solo in termini degli effetti che la peccaminosa svalutazione italiana avrebbe sulle esportazioni italiane... ma la parallela rivalutazione tedesca che effetti avrebbe sulle nostre importazioni? Il riequilibrio della bilancia dei pagamenti non avviene da un lato solo (quello delle entrate): c’è anche il lato delle uscite. Un riallineamento del cambio non solo renderebbe più competitive le nostre esportazioni, ma renderebbe meno competitive quelle altrui (cioè le nostre importazioni), ristabilendo margini per chi volesse eventualmente produrre all’interno i beni attualmente importati. La domanda crea l’offerta.
Gli effetti quindi ci sarebbero, e come. Concludo. Il senso del mio intervento non è assolutamente quello di dire che i paesi periferici possano o debbano risolvere i loro problemi unicamente svalutando. Ci sono certo tante altre cose da fare in Italia e in Europa, se volete ne parliamo. Il senso del mio intervento è che scelte politiche (prive di razionalità tecnica) andrebbero presentate come tali agli elettori e sottoposte alla loro valutazione (se devo sopportare dei costi voglio saperlo e voglio decidere se ne vale la pena), e che la soluzione degli squilibri esterni non può essere asimmetrica: chi ne ha beneficiato deve cooperare quanto chi ne è stato svantaggiato. Mi sembrano due principi condivisibili, no? E se una soluzione cooperativa degli squilibri non è politicamente proponibile, come pare non lo sia in Europa, perché non lasciare che la legge della domanda e dell’offerta operi comodamente? È sempre successo e tornerà a succedere dopo questa parentesi di follia (una follia nella quale c’è, come ho cercato di spiegare, un ben evidente metodo).

Vantaggi uscita

Buongiorno professor Bagnai
Non vorrei che, grazie al misurato commento del cittadino Bendinelli, lei avesse concluso di avere stravinto a mani basse! Concordo anche io con il Sig. Caviglia: mentre m sono chiari gli Eurosvantaggi, nemmeno a me sono chiari, nelle condizioni attuali per i motivi ben espressi dal Sig. Caviglia, i vantaggi di un'uscita dell'Italia dalla moneta unica! Se volesse argomentare in merito, ci aiuterebbe ad aggiungere un altro pezzo al puzzle della comprensione. Grazie

critica

<L'uscita dall'euro prossima ventura
23/08/2011 fonte: www.sbilanciamoci.info
Il problema non è il debito pubblico, ma il debito estero, e i paesi che mantengono la loro moneta possono cavarsela con la svalutazione.>

A_

Come se una famiglia senza soldi , perchè ha speso e spanto, senza una politica di bilancio familiare rigorosa, x mangiare, non dovesse comperare pane a credito dal fornaio.
ragionamento da imprenditore incapace ad innovare e investire in ricerca, ma solo capace a fare bulloni che galleggiavano a furia di svalutazioni, nord est insegna.
cretini


<Inflazione e debito estero
Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano.>
B_
Affermazione da cretini.
Vedere punto
A_
dimentichi la regola d'oro.mettere i propri conti in regola .se non hai deficit, non devi pagareinteressie quindi hai risorse x rilanciarel'economia, finanziando la ricerca, l'innovazione tenologicae diventare competitivo, raggiungendo e superando l'equilibrio del deficit estero.
ma se un ricercatore viene pagato meno di una tettono fininvest, altro che deficit da deficenti.

non ho letto tutto l'articolo ma quello che ho letto mi basta.
mi sembra che hai usato filtri scarsamente scientifici e molto ideologici.
da complottista new age.
x finire.
come in usa, la destra crea problemi di deficit, tocca ai democratici mettere le pezze.
in italia è stato lo stesso.
spero solo che nel parlamento italiano, prossimo venturo , siano spariti tutti gli attuali condomini inciuciari.
e siano presenti candidati cittadini del M5S
.


gian bendinelli
madagamada
dal madagascar

Svalutazione competitiva: avrebbe dei vantaggi ?

Gentile Professor Bagnai,

ho letto con molta attenzione i suoi articoli e li trovo molto stimolanti; concordo piuttosto con lei sul fatto che l'Euro possa -al momento- causare un danno al nostro Paese, ma non mi sono chiari i vantaggi che un'uscita dell'Italia dalla moneta unica, con conseguente svalutazione della "nuova Lira", potrebbe portare.

Mi spiego:

la svalutazione competitiva presupporrebbe la presenza, in Italia, di comparti economici trainanti che potrebbero approfittare del vantaggio per guadagnare posizioni sui mercati esteri, riducendo lo sompenso delle nostre partite importazioni/esportazioni e quindi il nostro debito netto con soggetti stranieri (cosa che lei -se ho capito bene- auspica).

Partiamo dal comparto primario: l'agricoltura italiana avrebbe potuto sicuramente, fino ad un decennio fà, mantenere una buona potenzialità esportatrice, soprattutto nel campo delle colture industriali (cereali, bietola, soia), nei confronti dei nostri competitori europei, competitività che sarebbe potuta esplicarsi in pieno di fronte ad una riduzione dei prezzi (dovuta a svalutazione competitiva) di almeno il 20% (tralasciamo il comparto ortofrutticolo e floricolo, perchè la competizione accentuata è nei confronti dei paesi nordafricani).
La ristrutturazione mondiale dell'agricoltura "da industria", conseguente alla forzata introduzione di coltivazioni OGM (da avversare fortemente, ma per ragioni non intuitive e non solo legate a motivi banalmente "ecologici) , ha indebolito fortemente questo comparto in Italia, che ha avuto il colpo di grazia dalla demolizione dell'industria di trasformazione e dal sequestro di migliaia di ettari di terreno fortemente vocato alla coltura industriale da parte di infrastrutture più o meno utili (alta velocità ferroviaria, fabbricati industriali "ex legge Tremonti" ecc.).
L'agricoltura "da esportazione" (quella cioè che erode realmente quote di mercato ai Paesi a moneta forte e si avvantaggia di scambi con Paesi con cui noi abbiamo un deficit commerciale) è quindi messa in ginocchio e non vedo come potrebbe avantaggiarsi da una sua riacquisita competitività monetaria.

Comparto secondario - trasformazione di materie prime e minerali: anche in questo caso l'Italia -sino ad una ventina di anni fà- godeva di una struttura industriale di tutto rispetto, in grado di lavorare e trasformare minerali ferrosi e non ferrosi, La demolizione (semi) volontaria delle industrie strategiche di trasformazione (acciaierie, fabbriche di alluminio ecc.) e l'obsolescenza del ciclo produttivo delle industrie di trasformazione del petrolio (non mi risulta che i cicli produttivi delle raffinerie siano "riprogrammabili" tanto facilmente) ha dato un discreto colpo al settore. Come si fà a rivitalizzarlo in attesa dell'arrivo della svalutazione competitiva ?

Se poi parliamo dell'industria manifatturiera, la situazione è parimenti trista: perdite di oltre il 12% rispetto agli anni pre-crisi, con indici di produzione sostanzialmente più bassi di quelli di 20 anni fà ! Per fare una FIAT (e lei lo sa), non bastano 10.000 "boite", ancorchè hi-tech, perchè gli investimenti in ricerca che compie la grande impresa industriale non sono alla portata di nessun altro soggetto; senza parlare delle commesse per l'indotto.
Se arrivasse ora una svalutazione competitiva cosa resterebbe da fare -alle piccole e medie imprese industriali residue- se non i subfornitori della Germania (cosa che, peraltro, stanno già facendo adesso) ?

Il settore dei servizi, poi, non avrebbe molto da vendere all'estero, sia perchè la nostra lingua è parlata solo qui da noi (e in RSM, e in Canton Ticino !), sia perchè i nostri servizi bancari ed assicurativi non sono certo tra i più ricercati al mondo. Rimarrebbero solo i servizi legati al trasporto marittimo e alla logistica portuale, ma se sulla rotta di Genova-La Spezia (arrivando da Gibilterra), si trova il porto di Valencia, che ha una potenzialità di movimentazione TEU ben superiore a quella dei due porti citati ed è collegato ai corridoi europei ad alta velocità, cosa potremmo offrire noi in più, anche se a minor prezzo (ma anche la Spagna potrebbe svalutare, e allora ?).

L'unico vantaggio che la svalutazione avrebbe sarebbe forse quella della riduzione dell'indice di consumo dei beni non durevoli, questo si aumentato di molto in questi ultimi anni; ciò potrebbe ridurre le importazioni "inutili" in maniera significativa.

Altri vantaggi immediati non ne vedo, perchè i settori produttivi italiani sono talmente indeboliti e ridimensionati che difficilmente potrebbero trarre grandi vantaggi dalla svalutazione valutaria.

Dov'è l'errore in questo mio ragionamento ? (E' una richiesta di aiuto intellettuale, non un'affermazione apodittica).

Cordiali saluti.

Sovranità monetaria

Grazie per l'interessante dibattito che si è creato su questo forum. A proposito di gestione delle politiche monetarie da parte della BCE e di un bisogno al ritorno della sovranità anche monetaria (almeno mi pare sia questo anche l'idea degli autori di questo forum e dei lettori), ultimamente mi sono imbattuto (dico imbattuto perchè non sono un esperto), nelle letture, purtroppo non tradotte in italiano, del prof. Randall Wray del CFEPS Research. Se lo conosce, mi piacerebbe un commento del prof. Bagnai sui studi di questo economista poco conosciuto in Europa e in particolare sul rapporto tra inflazione, moneta in condizioni di deficit spending e piena occupazione.
Grazie ancora.

Il motore immobile

Premessa: se parlo di “furto di democrazia” non ho in mente una teoria del complotto. La disinformazione c’è stata ed è documentabile, ma questo dibattito chiarisce anche quanto sia difficile tentare di fare informazione. Si percepisce nei miei interlocutori un livello di istruzione elevato, una grande passione civile e una grande disponibilità al dialogo. Non è colpa loro, ma “nostra” (degli economisti e del sistema educativo) se queste virtù non sono sempre supportate da nozioni adeguate di contabilità nazionale (l’economia la lascerei stare). Il livello delle osservazioni che mi vengono fatte è quello (elevato) degli interlocutori, e la risposta richiede talora che si stabiliscano alcuni concetti di base. Vi prego di credere che non mi interessa fare la lezioncina (anche se sareste un uditorio più attento dei miei studenti) né avere l’ultima parola (ho rinunciato ad averla anche in famiglia). Mi interessa capire. Ho anch’io i miei tanti dubbi, che non si possono esprimere in 15000 battute. Ma ho anche qualche certezza, maturata in tanti anni di ricerca sul tema della sostenibilità del debito. Sottopongo le mie certezze alle vostre critiche.

Comincio da quelli che non sono d’accordo: per un ricercatore sono sempre i più preziosi!

Sono lieto che Marco da Roma abbia letto un articolo di Milesi-Ferretti. Conosco e stimo moltissimo Gian Maria da anni: abbiamo studiato nella stessa facoltà, vivevamo nello stesso quartiere, si è laureato un anno prima di me (ricordo le complicatissime formule della sua tesi in economia monetaria con Arcelli) e tutta la comunità scientifica internazionale gli è grata per le sue ricerche sul debito estero (J. Int. Econ. 2007), fondamentali anche per il mio lavoro. L’idea di Marco che il deficit estero sia legato a quello fiscale in realtà, come Marco sa, non è un’idea sua: è la cosiddetta ipotesi dei deficit gemelli, espressa di solito nel capitolo 2 di ogni buon testo di macroeconomia. Credo che il lavoro al quale Marco accenna sia l’unico articolo sul tema dei deficit gemelli che non ho ancora letto, e così Alberto da Firenze e Marco da Roma si completano. Mi permetterà Marco di dirgli cosa c’è scritto negli altri lavori. Tutte le stime effettuate concludono che la relazione fra deficit fiscale e deficit estero di solito esiste, ma è tenue: di norma, un punto di Pil di deficit fiscale si scarica per un terzo (0.3) sul deficit estero. Precisamente: Bartolini e Lahiri (2006) trovano un coefficiente di 0.30 per i paesi Ocse; Chinn e Prasad (2003) un coefficiente di 0.34 per i paesi industrializzati (0.37 su tutto il campione di 89 paesi). Questi risultati sono ottenuti facendo una bella insalata mista di paesi disparati (si chiamano stime “panel”). C’è però un’eccezione: negli studi che esaminano casi singoli, come Salvatore (2006) o Bagnai (2006), si riscontra generalmente che questa relazione per l’Italia non esiste. Abbiamo bisogno di tanta scienza (incluso il mio modesto contributo) per giungere a questa conclusione? Direi di no: basterebbe guardare i dati. Prendo quelli Imf, visto che Marco si fida dell’Imf (una volta a sinistra stavamo più attenti, ma va bene così...). Nel 1999 il deficit pubblico era -1.7 punti di Pil, e le partite correnti erano in surplus per 0.7 punti; nel 2007 il deficit pubblico era -1.5 punti di Pil, e le partite correnti -2.4. Ovvero: fino alla crisi il deficit pubblico è rimasto più o meno dove stava, mentre quello estero è sprofondato di 3 punti di Pil. Ora: siamo uomini di cultura, quindi concorderemo col fatto che quello di “motore immobile” è un concetto metafisico o teologico, non economico. In economia tendiamo a vedere una relazione fra due cose se queste si muovono insieme. Ma se una si muove e l’altra sta ferma andiamo a cercare spiegazioni che abbiano un senso.

Sintesi: Bagnai regge e Marco non legge. Non ha tutti i torti. Molti lavori degli economisti (mi ci metto anch’io) rispondono più al loro legittimo bisogno di sentirsi scienziati che alla necessità di chiarire i problemi. Ma i dati dell’Imf sono a disposizione di chiunque.

L’osservazione di Marco però non è inutile, perché mi permette di chiarire una cosa importante. Io non stabilisco alcuna “dicotomia” fra debito pubblico e debito estero. Vorrei ricordare che i debiti si classificano sia in base a chi prende i soldi che in base a chi li dà. Quando parliamo di debito pubblico stiamo dicendo che i soldi li ha presi il settore pubblico, quando parliamo di debito estero stiamo dicendo che i soldi sono stati dati dai mercati finanziari internazionali (e non dai risparmiatori residenti). I due concetti non si escludono: lo stato può indebitarsi sui mercati internazionali e il debito pubblico può quindi essere anche estero (vedi la Grecia). Tuttavia, siccome un euro di indebitamento pubblico in media si scarica per un terzo sull’indebitamento estero, di converso l’indebitamento estero è per due terzi di origine privata. INSISTO SUL DEBITO ESTERO PERCHÉ È L’INDICATORE PIÙ IMMEDIATO DI FRAGILITÀ FINANZIARIA DEL SETTORE PRIVATO. Ovvero: i paesi con forte indebitamento estero sono quelli con forte indebitamento privato (andate a vedere...). Non sono cioè quei paesi nei quali i governi viziosi hanno fatto bieca e improduttiva spesa pubblica. Sono quelli nei quali i consumatori sono stati convinti da disinteressati consulenti che è cosa buona e giusta avere tutto subito (il SUV, la terza casa e la vacanza ai Caraibi) rivolgendosi alle amiche banche. O quelli nei quali l’euro ha stritolato i redditi e quindi il risparmio delle famiglie, costringendole a indebitarsi per mandare i figli a scuola o per fare la spesa. Questa è l’origine dei vari default cui abbiamo assistito.

Molte altre osservazioni necessitano di risposta. Farò del mio meglio e ringrazio tutti per l’attenzione.

considerazioni

Un lavoro del 2011 di Milesi-Ferretti del FMI mostra come il deficit della parte corrente della BdP sia dovuto, nei paesi avanzati, soprattutto ad una cattiva posizione fiscale e ad una posizione finanziaria netta estera (oltre che al saldo della bilancia petrolifera).
Questo corrobora la mia idea secondo la quale il deficit corrente sia legato anche a quello fiscale. Sicché la dicotomia che introduce implicitamente Bagnai non regge.
Cordialmente,
Marco da Roma

L'egemonia tedesca e il "dittatore benevolo"

Gentile professore,
rinnovo l'apprezzamento per i suoi interventi che danno spunti oltremodo interessanti e per il dibattito che stiamo portando avanti.
Il problema di democrazia insito nella BCE, chiamata da Stiglitz un organismo simile ad un "dittatore benevolo", è un problema reale e ci richiama alla vecchia diatriba sul fatto che il board della stessa debba o non debba essere eletto direttamente dai cittadini. L'imposizione tecnocrati vale la candela? Anche qui abbiamo una divaricazione fra teoria e pratica: in linea teorica, se tecnocrazia significasse competenza e piena autonomia nella gestione della liquidità europea, potrebbe essere apprezzabile. Nella pratica, la tecnocrazia diventa "dittatura di pochi" qualora accettasse i diktat del potere politico (la famosa telefonata della Merkel).
Io però oserei di più: la BCE, seppur fosse retta da persone diverse e con un'ottica più simile alla nostra, non funzionerebbe comunque. L'unione monetaria non rispetta in alcun modo i famosi tre criteri di ottimalità (sistema produttivosimile fra i paesi aderenti, alta mobilità del lavoro, mercato fortemente integrato), e quindi qualsiasi shock esterno produrrebbe effetti totalmente asimmetric, rendendo la gestione monetaria utile per alcuni e nociva per altri. Fino a questo punto, credo di poter concordare con lei. La costruzione frettolosa della nostra unione monetaria ha creato equilibri distorti e prodotto ingiustizie che si abbattono tuttora sull'economia reale.
Le soluzioni che abbiamo preso in esame dovrebbero però mirare a minimizzare, attraverso dei trasferimenti mirati, le asimmetrie e provvedere a ridurre due tipi di disuguaglianza: quelle fra paesi centrali e periferici e quelle di reddito negli stessi paesi dell'area euro. Le crisi economiche hanno un denominatore comune che non è il crollo borsistico, ma il fatto che, ad un certo punto, i ricchi sono troppo ricchi e i poveri troppo poveri. La Germania dovrebbe così aumentare il proprio salario minimo, agendo così sul salario reale, e l'Italia dovrebbe addirittura introdurlo.
Ovviamente, per far sì che ciò si avveri, servono persone ai governi che non pensino al modello Barro - Gordon come depositario di ogni verità, per cui rivalutazione salariale equivarrebbe a semplice inflazione e progressiva svalutazione della moneta, ma teorici che siano in grado di capire che, finchè sarà impossibile esportare sulla Luna, come citavo nel mio precedente intervento, l'unica strada per una crescita sostenibile non possa che essere il sostegno alla domanda interna.


In conclusione, perseverare nel voler ridurre le disuguaglianze di reddito e per introdurre un nuovo concetto di cooperazione economica internazionale credo sia di sinistra. Poi, se la Germania dovesse perseverare, allora ben venga un movimento anti - sistema, per usare le parole del buon Wallerstein, che corregga il tiro laddove gli altri hanno fallito.

2 considerazioni

-esistono dati su quanto del debito pubblico denominato in euro è detenuto da banche e pivati della zona euro? Perchè in un sistema che prevede la salvezza delle banche prima di quella degli stati si potrebbe ragionare su una compensazione.

-da quando esiste l'euro è chiaro che la politica economica, gira e rigira, viene fissata in sede europea. In tanti anni però, non c'è mai stata, non dico un lotta in comune ma neanche una presa di posizione congiunta dei sindacati che restano nazionali e provinciali, se non dialettali: nessuno ha mai pensato di cominciare di lì, che mi senbra più urgente e importante che sbracciarsi sul terzo mondo, l'ambiente, la TAV e via corteando. Il guaio è che queste cose si sono sempre fatte, e la burocrazia, anche quella sindacale, ha paura di affronteare temi nuovi, anche se necessari, basta pensare all'incredibile ritardo dei sindacati, non solo italiani,a occuparsi del destino precario dei figli dei loro iscritti.

Cavarsela con la svalutazione?

Vorrei fare una premessa amichevole e non acrimoniosa. Nel tentativo di aiutarmi a chiarire il mio pensiero, la redazione del forum, come è suo pieno diritto fare, ha affibbiato al mio pezzo un titolo e un cappello che in realtà chiariscono il suo pensiero molto meglio del mio. Va bene così, l’importante è la chiarezza, ma due parole devo aggiungerle (in sincera amicizia, senza acredine e pro veritate).

[1] Chi ha letto il pezzo ha capito benissimo che a me interessa relativamente poco la questione della deflagrazione dell’euro. Mi preoccupa molto di più il furto di democrazia che ha accompagnato l’entrata nell’euro. Questo furto non consiste solo, come tutti riconoscono, nell’aver delegato la politica monetaria (e quindi l’intera politica) a un organismo assolutamente privo di rappresentatività e responsabilità politica (la BCE), quanto nell’aver deliberatamente (secondo le candide e non tanto velate ammissioni dei protagonisti) disinformato gli elettori.
Il primo furto di democrazia (la BCE “indipendente”) è stato giustificato col fatto che la politica monetaria andava condotta da un organismo indipendente dal potere politico, il quale altrimenti non avrebbe saputo resistere alla tentazione di inflazionare l’economia per biechi motivi elettorali. Abbiamo così imparato una nuova definizione di “indipendente”. Nel dizionario dell’euro “indipendente” significa: “organismo che fa qualcosa solo quando telefona Angela Merkel”. Questo è infatti quello che è successo due settimane fa: la Germania ha capito di essersi spinta troppo oltre, e ha cortesemente ingiunto a Trichet (o “tricher”?) di accattarsi un po’ di debito pubblico italiano e spagnolo (per il famoso discorso del “non segare il ramo ecc.”). A me viene da ridere amaramente, ma se a voi sta bene, sta bene anche a me, restiamo amici! Il secondo furto di democrazia, quello che mi interessa di più, è stato giustificato col fatto che i costi iniziali (iniziali?) dell’euro andavano occultati per consentire di raggiungere un obiettivo di superiore benessere. I risultati si vedono e non meritano altri commenti oltre quelli fatti nell’articolo.

[2] L’espressione “cavarsela con la svalutazione” non mi appartiene, e non dovrebbe appartenere ad alcun economista, per il semplice motivo che un economista dovrebbe considerare la svalutazione dei paesi in deficit estero (e la rivalutazione dei paesi in surplus estero) come una normale e fisiologica manifestazione della legge della domanda e dell’offerta (di valuta estera). Non ritengo corretto caratterizzare queste dinamiche con un giudizio di valore. Supponiamo che ci sia un raccolto abbondante. A qualcuno di voi verrebbe mai in mente di dire che il contadino “se la cava” abbassando i prezzi? Non ha senso, vero? Ma se questa espressione può aiutare a chiarire, usiamola ancora un po’. Il problema oggi non è che l’Italia (e la Spagna, ecc.) non può più “cavarsela” svalutando. Ormai tutti capiscono che il problema è un altro: la Germania ha creato un sistema nel quale può “cavarsela” non rivalutando, come dovrebbe fisiologicamente accadere a un paese in surplus, e anzi svalutando in termini reali, semplicemente non permettendo ai suoi operai di appropriarsi almeno in parte dei guadagni di produttività realizzati nel settore tradable (ricordo ancora il contributo di De Nardis su http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001966-351.html). Quindi ha perfettamente ragione Cavalieri quando profetizza che “a battere il capo sarà la classe operaia tedesca”. Direi che sta già succedendo.

Di Sbrana apprezzo il suggerimento di risolvere il problema del debito pubblico italiano (che pure esiste) ricorrendo al contrasto di interessi, che condurrebbe all’emersione del sommerso. Non tutti i tecnici sono d’accordo, ma dichiaro di non essere competente e istintivamente sono d’accordo con Sbrana. Posso dire però che apprezzerei anche di più il suo suggerimento se Sbrana sapesse spiegarmi perché né destra né sinistra sono riuscite a introdurre il contrasto di interessi nel nostro ordinamento. La mia ipotesi, espressa anche nel pezzo, è che in effetti in Italia abbiamo a che fare con due destre, una un po’ più folcloristica e provinciale, e una un po’ più presentabile, da usare in caso di bisogno (chiamandola sinistra). Queste due destre evidentemente competono su una fascia marginale di elettori che non deve essere irritata con proposte eversive. E allora, caro Sbrana, che senso ha farle?

Mi colpisce molto in Sbrana la serenità con la quale accetta l’idea che mezza Europa abbia perso una guerra non dichiarata e debba accettare l’egemonia continentale tedesca. Credo che sia il riflesso di una certa esterofilia un po’ di maniera, quella che ci porta a ritenere che all’estero siano sempre necessariamente migliori di noi, e quindi ad accettare con fatalismo il fatto che siano loro a dirci cosa dobbiamo fare. Trovo questo atteggiamento ingiustificato e irritante per tre motivi: il primo è che le “consulenze” della Merkel le stiamo pagando molto care (come i fatti dimostrano); il secondo è che la competitività tedesca ha poco a che fare con il genio e la qualità (prova ne siano le legnate prese sui mercati emergenti, documentate dalle cifre), e molto con le svalutazioni competitive, che non sono mai foriere di grande unione e fratellanza: la Germania è rimorchio, non locomotiva, quindi dovrebbe esprimere gratitudine e non lezioncine; il terzo è che in quelle due guerre che Sbrana chiama “europee” (apprendo così che nazioni belligeranti quali Giappone e Stati Uniti sono in Europa) sono morti tanti italiani. So che è una riflessione scomoda e fuori moda, ma meglio farla qui pacatamente prima che qualcuno la faccia altrove con minore serenità: forse ci vorrebbe un po’ più di rispetto per questi morti (come ce ne vorrebbe per gli elettori italiani). Alcuni di loro non sono morti perché il primo ministro tedesco ci telefoni la nostra linea politica. Dopo di che, se l’Italia diventa un Land io non ho problemi: il tedesco lo so. Ma vorrei che questa fosse una scelta trasparente e democratica, non imposta surrettiziamente e paternalisticamente.
Apprezzo il tentativo di fare la storia coi “se”: “se non fossimo nell’euro saremmo già caduti nel default”. Le opinioni sono tutte rispettabili. Ho cercato di spiegare che il problema è un altro, citando dati ed esperienze storiche. Se non ci sono riuscito, nonostante il supporto della redazione, non mi resta che rassegnarmi (e ripassare il tedesco, visto lo scarso successo del mio italiano).

Cavarsela con la svalutazione?

Vorrei fare una premessa amichevole e non acrimoniosa. Nel tentativo di aiutarmi a chiarire il mio pensiero, la redazione del forum, come è suo pieno diritto fare, ha affibbiato al mio pezzo un titolo e un cappello che in realtà chiariscono il suo pensiero molto meglio del mio. Va bene così, l’importante è la chiarezza, ma due parole devo aggiungerle (in sincera amicizia, senza acredine e pro veritate).

[1] Chi ha letto il pezzo ha capito benissimo che a me interessa relativamente poco la questione della deflagrazione dell’euro. Mi preoccupa molto di più il furto di democrazia che ha accompagnato l’entrata nell’euro. Questo furto non consiste solo, come tutti riconoscono, nell’aver delegato la politica monetaria (e quindi l’intera politica) a un organismo assolutamente privo di rappresentatività e responsabilità politica (la BCE), quanto nell’aver deliberatamente (secondo le candide e non tanto velate ammissioni dei protagonisti) disinformato gli elettori.
Il primo furto di democrazia (la BCE “indipendente”) è stato giustificato col fatto che la politica monetaria andava condotta da un organismo indipendente dal potere politico, il quale altrimenti non avrebbe saputo resistere alla tentazione di inflazionare l’economia per biechi motivi elettorali. Abbiamo così imparato una nuova definizione di “indipendente”. Nel dizionario dell’euro “indipendente” significa: “organismo che fa qualcosa solo quando telefona Angela Merkel”. Questo è infatti quello che è successo due settimane fa: la Germania ha capito di essersi spinta troppo oltre, e ha cortesemente ingiunto a Trichet (o “tricher”?) di accattarsi un po’ di debito pubblico italiano e spagnolo (per il famoso discorso del “non segare il ramo ecc.”). A me viene da ridere amaramente, ma se a voi sta bene, sta bene anche a me, restiamo amici! Il secondo furto di democrazia, quello che mi interessa di più, è stato giustificato col fatto che i costi iniziali (iniziali?) dell’euro andavano occultati per consentire di raggiungere un obiettivo di superiore benessere. I risultati si vedono e non meritano altri commenti oltre quelli fatti nell’articolo.

[2] L’espressione “cavarsela con la svalutazione” non mi appartiene, e non dovrebbe appartenere ad alcun economista, per il semplice motivo che un economista dovrebbe considerare la svalutazione dei paesi in deficit estero (e la rivalutazione dei paesi in surplus estero) come una normale e fisiologica manifestazione della legge della domanda e dell’offerta (di valuta estera). Non ritengo corretto caratterizzare queste dinamiche con un giudizio di valore. Supponiamo che ci sia un raccolto abbondante. A qualcuno di voi verrebbe mai in mente di dire che il contadino “se la cava” abbassando i prezzi? Non ha senso, vero? Ma se questa espressione può aiutare a chiarire, usiamola ancora un po’. Il problema oggi non è che l’Italia (e la Spagna, ecc.) non può più “cavarsela” svalutando. Ormai tutti capiscono che il problema è un altro: la Germania ha creato un sistema nel quale può “cavarsela” non rivalutando, come dovrebbe fisiologicamente accadere a un paese in surplus, e anzi svalutando in termini reali, semplicemente non permettendo ai suoi operai di appropriarsi almeno in parte dei guadagni di produttività realizzati nel settore tradable (ricordo ancora il contributo di De Nardis su http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001966-351.html). Quindi ha perfettamente ragione Cavalieri quando profetizza che “a battere il capo sarà la classe operaia tedesca”. Direi che sta già succedendo.

Di Sbrana apprezzo il suggerimento di risolvere il problema del debito pubblico italiano (che pure esiste) ricorrendo al contrasto di interessi, che condurrebbe all’emersione del sommerso. Non tutti i tecnici sono d’accordo, ma dichiaro di non essere competente e istintivamente sono d’accordo con Sbrana. Posso dire però che apprezzerei anche di più il suo suggerimento se Sbrana sapesse spiegarmi perché né destra né sinistra sono riuscite a introdurre il contrasto di interessi nel nostro ordinamento. La mia ipotesi, espressa anche nel pezzo, è che in effetti in Italia abbiamo a che fare con due destre, una un po’ più folcloristica e provinciale, e una un po’ più presentabile, da usare in caso di bisogno (chiamandola sinistra). Queste due destre evidentemente competono su una fascia marginale di elettori che non deve essere irritata con proposte eversive. E allora, caro Sbrana, che senso ha farle?

Mi colpisce molto in Sbrana la serenità con la quale accetta l’idea che mezza Europa abbia perso una guerra non dichiarata e debba accettare l’egemonia continentale tedesca. Credo che sia il riflesso di una certa esterofilia un po’ di maniera, quella che ci porta a ritenere che all’estero siano sempre necessariamente migliori di noi, e quindi ad accettare con fatalismo il fatto che siano loro a dirci cosa dobbiamo fare. Trovo questo atteggiamento ingiustificato e irritante per tre motivi: il primo è che le “consulenze” della Merkel le stiamo pagando molto care (come i fatti dimostrano); il secondo è che la competitività tedesca ha poco a che fare con il genio e la qualità (prova ne siano le legnate prese sui mercati emergenti, documentate dalle cifre), e molto con le svalutazioni competitive, che non sono mai foriere di grande unione e fratellanza: la Germania è rimorchio, non locomotiva, quindi dovrebbe esprimere gratitudine e non lezioncine; il terzo è che in quelle due guerre che Sbrana chiama “europee” (apprendo così che nazioni belligeranti quali Giappone e Stati Uniti sono in Europa) sono morti tanti italiani. So che è una riflessione scomoda e fuori moda, ma meglio farla qui pacatamente prima che qualcuno la faccia altrove con minore serenità: forse ci vorrebbe un po’ più di rispetto per questi morti (come ce ne vorrebbe per gli elettori italiani). Alcuni di loro non sono morti perché il primo ministro tedesco ci telefoni la nostra linea politica. Dopo di che, se l’Italia diventa un Land io non ho problemi: il tedesco lo so. Ma vorrei che questa fosse una scelta trasparente e democratica, non imposta surrettiziamente e paternalisticamente.
Apprezzo il tentativo di fare la storia coi “se”: “se non fossimo nell’euro saremmo già caduti nel default”. Le opinioni sono tutte rispettabili. Ho cercato di spiegare che il problema è un altro, citando dati ed esperienze storiche. Se non ci sono riuscito, nonostante il supporto della redazione, non mi resta che rassegnarmi (e ripassare il tedesco, visto lo scarso successo del mio italiano).

Si può aggiungere qualcosa?

Bell'articolo. Vorrei proporre, se posso, un paio di integrazioni.

In primo luogo, debito estero non è solo, forse nemmeno soprattutto, deficit commerciale. La crisi è esplosa prima in Irlanda, ma si tratta di un paese che negli anni 2000-2007 aveva presentato sempre saldi positivi per le voci "beni" e "servizi" del conto corrente della bilancia dei pagamenti. La Francia, al contrario, faceva registrare saldi leggermente negativi dal 2005. La vera differenza mi pare risiedere altrove, nella voce "redditi". È qui che troviamo saldi sempre negativi per i PIIGS, sempre positivi per altri paesi, saldi prima negativi (-8 miliardi di euro nel 2000) poi positivi (+43,5 nel 2007) per la Germania. L'importanza della voce "redditi" è tale che un'altra vistosa differenza emerge tra paesi "forti" e paesi "deboli": nel periodo 2000-2007 i primi hanno mantenuto differenze positive tra reddito nazionale lordo e prodotto interno lordo. La Germania è quasi un caso a parte, perché è passata da una differenza negatva (-19 miliardi di euro) a una vistosa differenza positiva (+49,5). La Francia invece, ma anche l'Olanda e il Belgio (über alles non è solo Deutschland), hanno fatto sempre registrare differenze positive. Nell'ambito dei paesi "deboli" è successo il contrario: la Grecia è passata da una modesta differenza positiva a una negativa, mentre Italia, Irlanda, Portogallo e Spagna hanno sempre sofferto differenze negative. In parole povere, una quota non trascurabile del reddito prodotto nei paesi "deboli" viene drenato da anni a favore dei paesi "forti". Se non erro, si dice che per sopportare un dato tasso di interesse del debito pubblico è necessario che il PIL cresca a un tasso almeno uguale, ma se parte di quel PIL diventa reddito nazionale di altri paesi...

Vi è poi la domanda "Ma perché i governi periferici si sono fatti abbindolare dalla Germania?" Certamente per favorire quell'"illusione della politica eonomica", ma forse anche per altri motivi. Negli anni dal 1980 al 2000, mentre maturava la scelta della moneta unica, nei paesi dell'Europa a 15 si assisteva a una lenta ma progressiva diminuzione non solo della quota del lavoro sul PIL, ma anche della quota degli investimenti reali sul PIL. Dove sono finiti, allora, profitti interessi e rendite? Verrebbe voglia di pensare a una diminuzione delle opportunità di investimento reale, tanto più che in buona parte dei paesi che hanno poi aderito all'euro è parallelamente aumentata una vistosa percentuale delle attività finanziarie sul PIL, giunta nel 2000 al 663% in Germania, al 595% in Francia, al 1091% in Olanda, al 606% in Portogallo, al 466% in Spagna. Ben diversa appare la situazione di paesi che NON hanno aderito: appena 174% in Polonia, 158% in Danimarca, 96% in Ungheria. Quanto all'Italia, le attività finanziarie raggiungevano, nel 2000, solo il 111% del PIL, ma si trattava di una percentuale più che raddoppiata dal 1995. Forse i governi periferici hanno perseguito gli interessi dei rispettivi ceti dominanti nazionali anche in questo: l'adesione all'euro, rendendo impossibili le svalutazioni e improbabile un'inflazione, difende il valore reale di attività finanziare che si accumulano in mancanza di appetibili investimenti reali.

Infine... uscire dall'euro? Difficile. La situazione attuale risulta alla fine comoda per quei ceti dominanti: l'euro difende il valore reale della loro ricchezza, il ricorso a "liberalizzazioni" e "privatizzazioni" - presunto rimedio al falso problema del debito pubblico - crea dal nulla nuove opportunità di investimento. Temo che si andrà avanti così ancora per un bel po', forse fino a far esplodere un nuovo dissenso alimentato da una progressiva macelleria sociale. Forse in modo non molto diverso da quanto è successo e sta succedendo in paesi arabi. In fondo, purtroppo, mi pare proprio questo l'esito che la Grecia, ormai già da qualche tempo, prospetta come il più probabile. Sarebbe certo meglio se non avessimo una "sinistra" così povera di idee, così subalterna a una destra che non è Le Pen, ma Maastricht. Sarebbe meglio, ad esempio, se la "sinistra" facesse proprie proposte come quelle recentemente avanzate da Emiliano Brancaccio su Il Sole 24 Ore (http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2011/08/brancaccio-sole24-ore-190811.pdf), ma così non è.

Uscita dall'Euro ???

Ma se non fossimo entrati nell'euro ...l'Italia già sarebbe caduta in default !!!
Poi, è certamente vero che la Germania con la creazione dell'euro ha 'vinto' la terza guerra europea (dopo aver perduto con le armi la 1a e la 2a ), ma che interesse avrebbe a far fallire il sistema che essa stessa ha inventato per la propria 'egemonia' continentale? Pertanto, tutto considerato, credo che la Germania abbia tutto l'interesse a mantenere in vigore l'euro, ma certamente per aiutare i Paesi 'non-virtuosi' imporrà delle regole...
Ad esempio, per l'Italia, imporrà altre ristrettezze sul debito sovrano...e l'Italia avrà un'unica via d'uscita: una seria, concreta e credibile Riforma Fiscale (come si fa a recuperare i 120 miliardi di euro di tasse non versate dagli evasori italiani ogni anno ?...Proviamo con la DEDUZIONE DELLE SPESE ?????????: se si vuole si può fare!).
Altrimenti c'è un'altra via d'uscita: la 'GRECIA'.
Buona Fortuna a Tutti!

l'uscita dall'euro prossimo venturo

ho letto l'articolo con grande interesse, concordo sul fatto che il debito di un paese diventa insostenibile quando a dati livelli di reddito si determina uno squilibrio commerciale con l'estero che si fa cronico e che si manifesta con stabili e crescenti indebitamenti netti con l'estero. Mi chiedo (le chiedo) se questo sia il caso del nostro paese, i nuovi dati della Banca d'Italia lo danno al 20 per cento del pil , ma questo per una diversa metodologia di rilevazione, la precedente lo indicava attorno al 5 per cento e questo per il fatto che la precedente rilevazione considerava che una parte del debito estero fosse in realtà in forma illegale in mano a residenti italiani in conseguenza di sottofatturazioni di esportazioni e sovrafatturazione di importazioni (Committeri ed ora Pellegrini-Tosti). Se questo è vicino al vero significa che la posizione con l'estero non spiega del tutto la crisi del debito pubblico italiano, i grandi detentori di titoli pubblici italiano possono perseguire consapevolmente l'obbiettivo di trovare spazi di investimento nel settore pubblico dell'economia (privatizzazioni) e soprattutto di riformare, come dicono, le istituzioni che regolano il mercato del lavoro. Leggerei quello che sta avvenendo alla luce di quanto scriveva Marx. "i capitalisti che si comportano come dei falsi fratelli quando si fanno concorrenza, costituiscono tuttavia una vera massoneria nei confronti della classe operaia nel suo complesso". Per questo credo che le borghesie europee, i cui interessi sono sempre più nei capitali finanziari che dirigono i nuovi investimenti dove più alti sono i saggi di profitto, non rinunceranno a questa Europa che ha solo lo scopo di tenere a bada la classe operaia. La Germania segherà Il ramo su cui sta appollaiata, se non acquisirà i mercati di altre industrie europee, ma a battere il capo sarà la classe operaia tedesca. Cavalieri tiziano

Se errare è umano, perseverare è di sinistra?

Caro G.C.,

apprezzo molto il suo intervento che merita una discussione articolata. Spero di avere l'opportunità di condurla. Qui mi limito a alcune osservazioni sintetiche.

Se rileggerà l'ultimo paragrafo del mio intervento, vedrà che scrivo che le politiche (non "i governi") di destra nel lungo periodo avvantaggiano solo la destra. Esattamente quello che è successo fra le due guerre. Era di destra (cioè era idiota) schiacciare la Germania sotto il peso dei debiti di guerra. Il risultato è stato il nazismo e Keynes lo aveva detto. Siamo esattamente nella stessa situazione: un vincitore (questa volta la Germania) gestisce la propria vittoria senza un minimo di buon senso. Segue catastrofe (e anche questa volta molti lo hanno detto, a cominciare da Tony Thirlwall).

Lo standard retributivo europeo, del quale lei parla, di fatto equivale a imporre alla Germania una rivalutazione in termini reali. Si tratterebbe cioè di chiedere alla Germania quello che tutti chiedono alla Cina, ovvero di sostenere la propria crescita con la propria domanda interna, insomma, di inflazionare, come dico nel mio intervento. Tenga presente che la Cina nell'ultimo decennio ha rivalutato in termini reali del 20% e continua a crescere al 10% nonostante il crollo dei suoi mercati di sbocco (segno che la sua crescita è già sostenuta dalla domanda interna, non trova?). La Germania invece ha praticato una svalutazione competitiva di almeno il 5% nei confronti dell'Eurozona (dagli amici mi guardi Iddio), ma si trova ugualmente in difficoltà ora che la domanda mondiale cala (segno che la Germania campa sulla domanda altrui, che poi è la nostra). Insomma, la richiesta di rivalutazione (standard retributivo) è molto più giustificata nei riguardi della Germania (che ha svalutato) che della Cina (che ha rivalutato), ma anche molto meno realistica, visto che la Germania, a differenza della Cina, senza truccare le carte non ce la fa, e non vorrà certo perdere la sua posizione di privilegio!

In altre parole, la Germania non vorrà mai aderire a una simile richiesta (per continuare a campare sulle nostre spalle), ed è anche piuttosto chiaro come riesca a non rivalutare in termini reali pur essendo un forte esportatore (non trasferendo sulle retribuzioni reali del settore tradable i guadagni di produttività, come documenta lucidamente de Nardis - http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001966-351.html). Sessanta anni dopo il crollo del nazismo il mito della razza ariana in Germania spero non sia più di moda... ma in compenso da noi spopola!

Non so se è chiaro: se esistesse una qualsiasi disponibilità a considerare il problema dell'aggiustamento in termini simmetrici, la sua proposta sarebbe inutile, perché verrebbe automaticamente implementata non "truccando" il mercato del lavoro (tedesco). Ma siccome questa disponibilità non esiste, temo che la strada da lei delineata, per quanto teoricamente impeccabile, sia impraticabile, e l'unico modo di ristabilire una simmetria è lasciare che le valute seguano la legge della domanda e dell'offerta.

Il catastrofismo che lei esprime è assolutamente corrente oggi. Vorrei capire come sono riuscito ad arrivare a 49 anni, visto che ne avevo 30 quando ho dovuto sopportare l'onta inenarrabile di una catastrofica svalutazione! Sarà per quello che ho perso tanti capelli. E gli Islandesi? Abominio su di loro... Eppure non mi sembra che se la stiano passando così male. Sul Manifesto un politico di "sinistra" si estasiava sulla "creatività" con la quale sono usciti dalla crisi. Ma quale creatività? Hanno svalutato, e non hanno ridato i soldi indietro. Punto. Sono passati da un indebitamento estero del 28% del Pil a un accreditamento dell'1% e nei prossimi due anni cresceranno al 2% (dice il Fmi).

Scherzi a parte:

1) l'Europa non è l'euro, i problemi sorgono proprio perché l'integrazione europea è stata trascurata a favore di un progetto che DOVEVAavere vincitori e vinti. Rifiutare questo progetto non è rifiutare l'Europa, ma esattamente il contrario. Prima deve venire l'integrazione reale (del sistema educativo, del mercato del lavoro, degli schemi di sicurezza sociale) e poi la moneta può dare un modesto contributo.

2) esiste un problema di democrazia sul quale riflettere per non compiere sempre gli stessi errori.

3) la solfa che "sì, la situazione è sbagliata, ma dobbiamo andare avanti così" ce la ripetono da anni. Lo diceva anche Modigliani nel 1997: la Germania amministra l'ecu a suo vantaggio, ma andiamo avanti verso l'euro e vedrete che le cose cambieranno. Era un'idiozia, come si poteva già vedere all'epoca (ebbi il triste privilegio di dirlo), e i fatti lo dimostrano.

Se le cose non funzionano, vanno cambiate. Se non le cambieremo, dopo aver campato per un decennio sulle nostre spalle, l'asse franco-tedesco (ma ormai solo tedesco) verrà a fare la spesa da noi. Lei ha il privilegio di avere intorno a casa sua un supermercato che non sia francese? Capisce cosa intendo? O fa parte di quelli che si lamentano perché per colpa del governo gli imprenditori esteri non portano abbastanza capitali in Italia? Altro che se li portano! E ci stanno comprando pezzo per pezzo...

Poi diamo la colpa alla Cina (che rivaluta e cresce sui suoi consumi)!

Diagnosi e soluzione

Gentile professore,
non posso che concordare con quanto scritto da lei in questo articolo. la diagnosi è esatta e le conseguenze della perduta sovranità monetaria sono dinanzi agli occhi di tutti.
Mi trovo però a dover fare un'osservazione riguardo al suo epilogo. Trovo personalmente rischiosa e non priva di sofferenze un'uscita dalla moneta unica e quindi, l'automatica imposizione di un freno al processo di integrazione europea. Lo scenario che verrebbe a presentarsi è poco confortante e, a tratti, difficilmente immaginabile. Avremmo di nuovo un marco ipervalutato ed una lira svalutatatissima, le attività bancarie avrebbero delle difficoltà non indifferenti (un altro credit crunch è ipotizzabile), il movimento di capitale sarebbe nullo (o quasi) per un lasso di tempo indeterminato. I costi andrebbero presto a ricadere sull'economia reale.
Ciò detto, l'Europa così non và. Il processo è giunto a un punto di non sostenibilità, ma non ha ancora raggiunto un picco di "non ritorno". Qualcosa ancora si può fare e và fatto.
Mi riferisco allo "standard retributivo europeo", un progetto poco conosciuto, ma il cui meccanismo è stato già descritto da lei. I virtuosi pagano e i "viziosi" (se così volessimo apostrofarli) riducono il peso dell'indebitamento estero. Certo, la Germania dovrà innalzare i redditi, rafforzare la propria domanda interna, favorendo maggiori importazioni a danno della propria bilancia dei pagamenti. Ma è l'unica strada percorribile. D'altronde, uno sviluppo, come è nei fatti quello tedesco, nel lungo periodo non è sostenibile, in quanto "non siamo ancora in grado di esportare sulla Luna". Inoltre, non sono d'accordo quando afferma che nel lungo periodo i governi di destra favoriscono i governi di destra. Sono convinto che questi governi di destra, similmente a quelli degli anni Venti e Trenta del Novecento ma per ben altre ragioni, finiscano per affossare l'intera Europa, senza favorire nemmeno loro stessi.
La sinistra europea, stendo un velo pietoso sulla situazione italiana, dovrebbe concentrarsi sull'imposizione dello standard retributivo europeo. Forse è vero, in Germania nascerà e prolifererà un movimento delle camicie brune. Intanto, però, pensiamo a salvare il salvabile e a portare avanti un processo, questa volta sì, "sanamente" europeo.

si può uscire .....?

Gentile prof. Bagnai,
ho letto con grande complicità questo articolo, e considerato che mi è piaciuto allora ho deciso di leggere quelli passati pubblicati su questo sito. Sono molto d’accordo su quello che scrive, soprattutto sull’errore di concentrarsi molto sul debito pubblico e poco sugli squilibri delle bilance commerciali tra i paesi dell’UE. Aggiungo una breve riflessione da profano e mi piacerebbe che mi correggesse. In uno dei suoi recenti articoli (mi dispiace non ricordo quale) lei ha parlato del falso problema del debito pubblico e dell’esempio del Giappone. In quel caso presentava il Giappone come un grande debitore interno ma creditore con l’estero. A mio parere, si dovrebbe aggiungere che uno dei fattori che rende l’economia nipponica ancora più stabile delle nostre è il controllo della banca nazionale e di conseguenza della politica monetaria. Infatti, sempre citando lei, l’Italia ha un debito superiore al 100% del PIL da diversi decenni, ma la crisi è soprattutto successiva all’Euro. In primis, a mio avviso, perché la percentuale di debito verso “non cittadini italiani” è aumentata (quindi è aumentata per i fattori della “crisi” anche il tasso debitore); secondo l’Italia non può più controllare la liquidità all’interno del sistema (deficit spending) e di conseguenza non può più manovrare su fattori macroeconomici che invece possiedono le altre nazioni (come il Giappone appunto). Secondo lei un ritorno ad un controllo delle banche nazionali, uscendo dall’area euro, con la possibilità di svalutare la moneta in casi di deficit commerciali e aumentare la spesa pubblica con l’emissione di moneta in eccesso, può ricondurre la nostra economia ai tempi migliori evitando lo spauracchio (a mio avviso inutile) dell’inflazione?