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La Germania problema d'Europa

01/02/2012

La politica egoistica e suicida della Merkel, con il dogma dell'indipendenza della Bce, impedisce di trovare soluzioni alla crisi europea

I tedeschi hanno il terrore che l’eccesso di debito pubblico spinga la Banca centrale europea a stampare grandi quantità di moneta che farebbe scoppiare l’inflazione. Per questo la Cancelliera Merkel, con la sua intransigenza sul risanamento dei bilanci dei paesi europei più in difficoltà e con la sua posizione contraria verso l’emissione degli Eurobond e verso gli acquisti di titoli del debito pubblico da parte della Bce, sta spingendo l’Europa in una pericolosa recessione e in una crisi di fiducia che potrebbero avere conseguenze devastanti. Ma i tedeschi, che hanno l’economia con la produttività più elevata d’Europa, dovrebbero ricordarsi di ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale e di conseguenza dovrebbero essere più lungimiranti per evitare di ripetere gli stessi errori che loro furono costretti a subire.

Lezioni di storia

Il Trattato di Versailles fu imposto alla Germania con la minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Il Trattato istituì una commissione che doveva determinare le esatte dimensioni delle riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania. Nel 1921, questa cifra fu ufficialmente stabilita in 33 miliardi di dollari. John Maynard Keynes criticò duramente il trattato: non prevedeva alcun piano di ripresa economica e l’atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. Keynes espresse questa visione nel suo saggio The Economic Consequences of the Peace. I problemi economici che questi pagamenti comportarono sono spesso citati come la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e dell’ascesa di Adolf Hitler, che inevitabilmente portò allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20% della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con delle riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma, tra il 1933 e il 1936, si realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, anche più significativo del tanto celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. E non furono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell'edilizia, dell’automobile e della metallurgia. L’edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione (+209%), seguita dall'industria dell'automobile (+117%) e dalla metallurgia (+83%). Nel miracolo economico degli anni ’30 i nazionalsocialisti si erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: “le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantengano costanti i prezzi. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe”.

Baratto fra unità economiche

Sorprendentemente, l’artefice del miracolo economico della Germania nazista fu un uomo di origini ebraiche, Hjalmar Schacht, Ministro dell’Economia e Presidente della Banca centrale del Reich. “Il dottor Schacht è inciampato per disperazione in qualcosa di nuovo che aveva in sé i germi di un buon accorgimento tecnico. L’accorgimento consisteva nel risolvere il problema eliminando l’uso di una moneta con valore internazionale e sostituendola con qualcosa che risultava un baratto, non però fra individui, bensì fra diverse unità economiche. In tal modo riuscì a tornare al carattere essenziale e allo scopo originario del commercio, sopprimendo l’apparato che avrebbe dovuto facilitarlo, ma che di fatto lo stava strangolando. Tale innovazione funzionò bene, straordinariamente bene, per coloro che l’avevano introdotta, e permise a una Germania impoverita di accumulare le riserve senza le quali non avrebbe potuto imbarcarsi nella guerra. Tuttavia, come osserva Henderson, il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa”. (1)

Per il commercio estero, Schacht ideò un ingegnoso sistema per trasformare gli acquisti di materie prime da altri paesi in commesse per l'industria tedesca: i fornitori erano pagati in moneta che poteva essere spesa soltanto per comprare merci fatte in Germania. Il meccanismo, di stimolo al settore manifatturiero, funzionava come un baratto: le materie prime importate erano pagate con prodotti finiti dell'industria nazionale, evitando così il peso dell'intermediazione finanziaria e fuoriuscite di capitali. Certamente, il protezionismo prima e l'autarchia in seguito crearono un mercato chiuso in cui tutta la realtà produttiva era indirizzata e finalizzata alla produzione di beni per lo stato e/o per il consumatore tedesco. Il controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri dà alla politica economica tedesca una nuova libertà. Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d'acquisto per i lavoratori) viene svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani.

Cambiali garantite dallo Stato per le imprese

Lo Stato tedesco può dunque creare la moneta di cui ha bisogno nel momento in cui manodopera e materie prime sono disponibili per sviluppare nuove attività economiche, anziché indebitarsi prendendo i soldi in prestito. E ciò senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro ed evitando che il pubblico tedesco fosse colpito da quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione della sua moneta nazionale. In realtà, non venne praticata la stampa diretta di moneta, poiché il principale provvedimento di Schacht fu l’emissione dei MEFO, obbligazioni emesse sul mercato interno per finanziare lo sviluppo. In questo sistema è direttamente la Banca centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. Con queste promesse di pagamento gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank in ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all'incasso massicciamente e rapidamente, l'effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell'inflazione. Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all'incasso; risparmiando così fra l'altro (non piccolo vantaggio) l'aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria.

Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire e alla fine la risposta è stata che il sistema funzionava grazie alla fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini e le sue classi dirigenti, una fiducia ottenuta non solo con la propaganda e la coercizione, ma anche attraverso il progressivo miglioramento delle condizioni economiche della popolazione. Hjalmar Schacht fu l'inventore del sistema rendendo invisibile l'inflazione: gli effetti MEFO erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici. In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga e ritenuto non colpevole) spiegò d'aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. In realtà erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non la manodopera. E Schacht sapeva che la prosperità della finanza internazionale dipende dall'emissione di prestiti con elevato interesse a nazioni in difficoltà economica.

La disoccupazione riassorbita

Un economista britannico, C.W. Guillebaud, ha espresso con altre parole lo stesso concetto: "nel Terzo Reich, all'origine, gli ordinativi dello Stato forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti (con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale); l'investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si possono pagare gli interessi] e in qualche misura rimborsato". Così Hitler raggiunse il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione e la crescita dei salari del popolo tedesco senza alimentare l’inflazione. I risultati sono spettacolari per ampiezza e rapidità: nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono oltre 6 milioni; a gennaio 1934, si sono quasi dimezzati e a giugno sono ormai 2,5 milioni; nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni e nel 1938 non sono più di 400 mila. Fu questa ripresa economica ad accrescere il consenso di Adolf Hitler e a permettere alla Germania di lanciare negli anni successivi una massiccia politica di riarmo che portò allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Scarsa lungimiranza dei vincitori

Per evitare malintesi, tengo a precisare che considero il nazismo una ideologia criminale. L’intento del mio articolo è quello di mettere in evidenza la politica economica e monetaria seguita dalla Germania di Hitler per risollevare un Paese allo stremo. Una politica che, con i dovuti accorgimenti, potrebbe essere riproposta nell’Europa di oggi dove la disoccupazione ha raggiunto livelli inaccettabili. La Germania dovrebbe tener presente che fu la scarsa lungimiranza delle nazioni che vinsero la prima guerra mondiale a determinare l’esplosione del debito, la sua monetizzazione e l’iperinflazione. Questo generò un sentimento profondo di rivalsa nel popolo tedesco che si manifestò pienamente con il sostegno al nazionalsocialismo dopo la grande depressione. Ma il consolidamento del potere di Adolf Hitler fu reso possibile anche da una spettacolare ripresa economica che in tempi brevi permise di ricostruire le infrastrutture, di rilanciare l’industria civile e quindi di riassorbire l’enorme disoccupazione.

Il miracolo economico fu promosso da Hjalmar Schacht che escogitò un meccanismo monetario non inflazionistico in grado di fornire i capitali all’industria tedesca. Esattamente ciò che, con le dovute differenze, bisognerebbe fare oggi in Europa ma che viene impedito dalla politica egoistica e suicida del governo di destra guidato da Angela Merkel che ha come dogma l’indipendenza della Banca centrale europea dal potere politico e si oppone alla possibilità di lanciare le obbligazioni europee che potrebbero avere la stessa funzione delle obbligazioni MEFO ideate da Schacht. Al riguardo, c’è chi ha obiettato che non si trattò di un diretto finanziamento monetario del Tesoro, né di un immediato aumento del debito pubblico, però, lo Stato e la Banca centrale del Reich ebbero un ruolo determinante perché autorizzarono le emissioni e diedero la garanzia.

Italia, quali le strade percorribili?

Ma se in Europa in questo momento ci sono grandi difficoltà per finanziare un progetto di crescita, qui in Italia quali sono le strade percorribili per uscire dalla recessione che ci attanaglia? Se consideriamo il sistema delle obbligazioni MEFO, forse la debolezza che deriva dall’enorme debito pubblico potrebbe diventare un punto di forza. Più precisamente, i titoli del debito pubblico potrebbero costituire una massa monetaria gigantesca in grado di finanziare lo sviluppo dell’economia italiana. La possibilità che i titoli pubblici possano essere utilizzati negli scambi e negli investimenti sostituendo la moneta non sembra che sia stato compreso appieno sul piano teorico; sul piano pratico invece sicuramente si era capito visto che con i titoli pubblici si pagavano anche le tangenti! E proprio in questi giorni è apparsa la notizia che il corposo debito della Pubblica amministrazione con le imprese – circa 70 miliardi di euro – sia corrisposto in titoli di Stato per dare fiato alle imprese strozzate dalla stretta creditizia. Un'ipotesi ventilata già da alcune settimane, caldeggiata dal ministro Passera e che non dispiace a Confindustria, artigiani e commercianti. Il dossier riscuote per ora le perplessità di Ragioneria e Tesoro.

Per attuare una strategia di questo tipo sarebbe essenziale la trasformazione del debito estero in debito interno (2). In questo modo si potrebbe stabilizzare il valore dei titoli del debito pubblico (3) e sarebbe possibile sfuggire alla “dittatura dei mercati finanziari” (4). Così i titoli pubblici potrebbero circolare e potrebbero essere usati nel mercato interno come strumenti di pagamento. Se, invece, i titoli pubblici sono detenuti da soggetti esteri, grosse vendite fanno svalutare questi titoli intaccando la possibilità di utilizzarli come strumenti di pagamento sul mercato interno. Inoltre, poiché i titoli sono accumulati all’estero, essi vengono sottratti alla circolazione e di conseguenza perdono la loro funzione monetaria. Allora, si potrebbe pensare di far rientrare una parte consistente dei Bot in Italia (5). "Consistente" significa di entità tale da evitare operazioni speculative da parte delle banche d'affari detentrici dei Bot italiani, che guadagnano non solo sulle pressioni al rialzo sui tassi di interesse sui Bot di nuova emissione, ma, soprattutto, sul valore dei titoli derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps) (6). Quindi bisognerebbe costruire di fatto un sistema di compensazione fra imprese facendo funzionare i Bot rientrati come una moneta complementare (7). In sostanza, il problema è quello di costruire una nuova regolazione dei Bot italiani in circolazione tale da farli funzionare come monete complementari (capaci di finanziare l'attività produttiva) e non come riserva di valore. È probabile che un progetto del genere potrebbe essere più efficace se non fosse limitato solo all'Italia ma venisse esteso almeno ai Paesi del bacino mediterraneo, i quali sarebbero in grado di agire come un nuovo sistema innovativo e commerciale.

In conclusione, i titoli pubblici sono un tipo di moneta che può essere usata per fare pagamenti di una certa entità dove non serve il contante. Il loro controvalore monetario si regge sulla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e uno Stato ricco come l’Italia, che ha un bilancio pubblico sotto controllo, è in grado di assicurare questa fiducia. Un progetto che si ponga l’obiettivo di utilizzare i Bot come strumento di pagamento richiede delle misure per stabilizzare il valore dei titoli di Stato. La stabilizzazione del valore dei titoli comporterebbe diversi benefici in quanto permetterebbe di: allentare la morsa dei mercati finanziari internazionali sulla finanza pubblica del nostro Paese; garantire dei rendimenti sicuri al risparmio delle famiglie; utilizzare i titoli di Stato come moneta complementare. Per questi motivi dobbiamo studiare le esperienze del passato, quanto oggi viene fatto in altri paesi come il Giappone e le esperienze sulle monete complementari che esistono nel mondo.

Articolo in corso di pubblicazione sul numero 754 de "Il Calendario del Popolo", www.calendariodelpopolo.it, che sarà disponibile nelle librerie dal prossimo 12 febbraio

(1) Keynes, J.M., "Il problema degli squilibri finanziari globali. La politica valutaria del dopoguerra (8 Settembre 1941)", in Keynes, J.M., "Eutopia", a cura di Luca Fantacci, et. al. 2011, p. 43-55.
(2) Giuseppe Guarino: “La trappola di Maastricht. Avviso ai governanti”. il manifesto domenica 4 dicembre 2011.
(3) In Giappone, un paese che ha un debito pubblico doppio rispetto all’Italia ma non ha il problema dello spread, è prevista l’emissione di particolari certificati del Tesoro da riservare al risparmio delle famiglie con rendimenti sicuri e ancorati all’inflazione, che sfuggono alle micidiali aste. Per l’Italia è da segnalare la proposta di Claudio Gnesutta sull’emissione di “Buoni eccezionali del Tesoro”, Sbilanciamoci,
(4) Si veda “La crisi degli Stati Uniti e l’esplosione della moneta privata”, saggio di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini per Argomenti Umani
(5) Queste considerazioni sono basate sui preziosi commenti di Stefano Lucarelli, Professore presso l’Università degli Studi di Bergamo.
(6) Su questo punto si veda Andrea Fumagalli: “Prove (conclamate) di dittatura finanziaria”, Uninomade,
(7) Sulle monete complementari si veda “Introduzione alle monete complementari” di Massimo Amato e Luca Fantacci, . Di Luca Fantacci si veda anche: "Rilancio: una nuova Bretton Woods a partire dalla proposta di Keynes " in Keynes J.M., “Eutopia”, a cura di L. Fantacci, et. al., 2011.

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Commenti

Usare le obbligazioni come moneta per investimenti e reddito di cittadinanza

Qualche anno fa un gruppo di ricercatori ideò un nuovo sistema monetario denominato FAZ, Financial Autonomous Zone. L'idea fondativa era di ripensare l'approccio keynesiano del deficit spending senza generare nuovo debito. Attraverso una moneta complementare "non moneta", ovvero obbligazioni a tasso negativo usate come moneta. "Non moneta" emettibile da una SpA pubblica o privata per finanziare investimenti e reddito di cittadinanza come sostegno della domanda. Su questo sito è disponibile il modello teorico ed applicativo. www.faz.im

Risposta a Luigi Copertino

Caro Copertino,

la ringrazio molto per la segnalazione.



La Germania problema dell'Europa

Caro Sylos Labini,
lasci stare il Mantelli. Le suggerisco la lettura di Klaus Hildebrand "Il Terzo Reich", Laterza, 1997. Riguardo a Schacht Hildebrand le da ampie ragioni.

Luigi Copertino

Ragionare su qualcosa di nuovo

E' proprio quello che ho cercato di fare quando ho considerato la possibilità di usare i titoli di Stato (BOT) come moneta complementare.

germania nazista

Al di la della disputa Sylos Labini/Mantelli, condotta non sempre in punta di fioretto, mi sembra che i due punti di vista trovino un accordo nell'indicare nella nuova (secondo Mantelli rafforzamento della precedente) politica economica del Nazismo uno strumento di uscita da una situazione di profonda recessione. Il fatto che questa sia avvenuta con un ruolo, più o meno centrale, del riarmo, non contraddice l'ipotesi del ruolo dello Stato. Mi sembra che però tale ruolo abbia trovato un forte sostegno nell'alta borghesia e nella proprietà terriera quindi con le tradizionali classi egemoni della società tedesca. E' evidente che il forte sostegno popolare non può essere attribuito solamente alle caratterstiche autoritarie del regime.
Mi viene da fare tre considerazioni:
1. tali alleanze neocorporative possono funzionare in una società fortemente organica come quella tedesca: in italia manca sia l'autorevolezza dello Stato che lo spirito nazionale della borghesia, e mi verrebbe da dire, l'"anarchismo sociologico" dele classi medie e popolari;
2. tutto sommato mi chiedo che la mancanza delle carattistiche indicate al punto precedente sia poi così un male...
3. possiamo provare a pensare qualcosa di nuovo, che non sia riscoprire il vecchio?
Grazie dell'attenzione.

Precisazioni

Alla luce del lungo saggio del Professor Mantelli, l’unica precisazione che intendo fare sul mio articolo pubblicato sul sito di sbilanciamoci riguarda la politica di riarmo perseguita dal regime nazista. Nel mio articolo avevo sottovalutato le spese statali per il riarmo che già venivano realizzate negli anni tra il 1933-1936, periodo su cui ho concentrato la mia attenzione. Tali spese coesistevano con un grande sforzo finalizzato a ricostruire le infrastrutture e a rilanciare l’industria civile. Diversamente, a partire dal 1936 le politiche per il riarmo subiscono un’accelerazione e diventano la priorità assoluta della politica nazista mettendo in secondo piano gli altri settori.

Inoltre, tengo a sottolineare che non nego affatto che la guerra sia sempre stata un'idea e un obiettivo connaturato nel nazismo, ma che, se nei primi anni del nazismo non ci fosse stata la ricostruzione delle infrastrutture, il rilancio del settore industriale e quindi una ripresa economica, Hitler non avrebbe potuto scatenare la seconda guerra mondiale in tempi così brevi.

Questa convinzione è confermata dallo stesso Professor Mantelli secondo il quale "Nonostante il carattere particolarmente aggressivo della concezione nazista di autarchia, all’inizio degli anni Trenta la costruzione di un’area economica nel cuore dell’Europa con cui mantenere relazioni economiche favorevoli (nel senso più globale possibile del termine) costituisce - almeno a breve termine - un obiettivo largamente condiviso e assolutamente ragionevole agli occhi della tecnocrazia attiva nelle istanze dello Stato e dell’industria privata nell’ultima fase della Repubblica di Weimar e nel primo periodo della dittatura hitleriana". Per me questo significa che all'inizio dell'egemonia nazista Hitler non poteva permettersi di perseguire una politica volta all'aggressione militare perché le condizioni economiche non lo consentivano.

Chiosetta

E così SSL è riuscito a farmi fare il lungo intervento chiesto all'inizio. Chapeau! Solo una chiosetta pedante: Schacht non era affatto di origini ebraiche. È un mito tanto diffuso quanto inesatto.

EUROPA PROBLEMA D'EUROPA

Il dibattito tra i due professori è molto interessante ma forse un po troppo complicato per i comuni mortali. Al di là di tutte le tecnicalità che ci puo insegnare la teoria economica o la storia , forse la morale è piu semplice , e, come sosteneva anche Keynes , molto dipende dalle aspettative ( fiducia) e che " il volume di investimenti non puo essere senza pericolo lasciato in mani private" , quindi in una situazione di crisi come questa se non si attua una politica di investimenti pubblici e non si rida un po di fiducia al sistema non si va da nessuna parte , visto che l'Europa è molto di più della Germania forse un azione concordata tra gli altri stati Francia, Italia, Spagna ecc potrebbe mettere la Merkel con le spalle al muro per cambiare le regole del gioco , ma abbiamo politici lungimiranti in Europa ?

risposta a Mantelli

Ringrazio vivamente il Professor Mantelli per essere finalmente sceso sul concreto e di essere entrato nel cuore degli argomenti, aldilà di infelici affermazioni come "l'articolo fa acqua da tutte le parti" e impropri richiami al "Migliore".

Ho ritenuto opportuno mettere pubblicamente la mail del Professor Mantelli per stimolarlo a rispondere sul merito degli argomenti e non ad avvitarsi su sterili riferimenti alle "critiche costruttive" e a lunghe citazioni bibliografiche. Vedo che ho raggiunto il mio scopo visto che ora il Professor Mantelli ci ha scritto un lungo e interessante saggio che mi studierò con molta attenzione.

Purtroppo vedo che il Professor Mantelli non è dotato di quel minimo senso d'ironia per capire che quel "Punto e basta" alla fine della mia risposta non era altro che una citazione del suo Punto e basta che ha scritto nella mail che mi ha inviato e che ho trovato arrogante e insolente.

Cordiali saluti e grazie ancora al Professor Mantelli ha arricchito un dibattito che reputo molto importante anche alla luce dell'attuale politica economica dalla Germania che sta portando la Grecia e l'Europa nel baratro.

Stefano Sylos Labini

Postilla forse conclusiva

PS: né il mio saggetto, né il volume di Mason sono scritti nella lingua di Goethe (che legittimamente SSL non conosce).

Ebbravo il dr. Sylos Labini! Ancora sulla politica economica NS 1933-1936

Non è bello autocitarsi, ma non vedo perché dovrei riscrivere qui quello che ho già argomentato quasi vent'anni fa. Riproduco perciò una parte del saggetto già citato nella risposta (privata) inviata a Sylos Labini, ovviamente senza le note colà presenti. Se qualcuno fosse interessato al testo completo, glielo posso inviare volentieri in PDF (brunello.mantelli@unito.it oppure prof.brunello.mantelli@gmail.com). Mi limito qui a virgolettare le citazioni di altri autori presenti nel testo.

Parallelamente alla perdita di centralità e di potere del parlamento, nella fase delle Presidialregierungen emerge vieppiù, sia nell’ambito della politica estera come tale, sia in quello della politica economica, nonché per quanto riguarda la politica del commercio estero, il ruolo decisionale assunto, surrettiziamente, da istanze di natura tecnocratica che sfuggono al controllo politico degli organi rappresentativi; accanto ai gruppi di pressione espressione di potenti interessi privati (Reichsverband der Deutschen Industrie; Grüne Front der Landwirtschaft; Deutscher Industrie-und Handelstag e così via) aumenta il peso di branche interne ai grandi apparati pubblici, dai ministeri degli Esteri, dell’Economia, dell’Agricoltura, alla Reichsbank ed alla stessa Reichsweh . La funzione di queste istanze diventa cruciale proprio a causa dello stretto legame che, sotto Brüning, viene ad essere stabilito tra politica estera in senso stretto (Außenpolitik) e politica del commercio estero (Außenwirtschaftspolitik); è un fenomeno in cui convergono fattori congiunturali e tendenze ben radicate nella storia e nella cultura delle élites dirigenti germaniche.
Il crollo dei flussi commerciali internazionali, la netta riduzione degli scambi tra le due sponde dell’Atlantico e la frammentazione del mercato mondiale a causa del collasso delle parità valutarie imperniate sull’oro , conseguenze tutte della crisi del 1929 , impongono alla Germania, la cui economia è strutturalmente basata sull’esportazione e che difetta di materie prime cruciali per l’industria oltre che di sufficienti derrate alimentari, misure di salvaguardia e controllo dei flussi commerciali che tengano altresì conto della carenza di divise di cui il paese patisce.

"Tra il 1925 ed il 1929 il volume delle esportazioni [tedesche] era aumentato in media del 10%, crescendo di due volte e mezza rispetto all’incremento del prodotto nazionale lordo e del volume delle importazioni. Nel corso del periodo di crisi 1930-1933 il tasso di esportazioni calò con un ritmo altrettanto rapido [...]. Circa il 50% delle importazioni tedesche è costituito da merci di produzione agricola; nel 1929 il 60% di essi è rappresentato da alimenti e derrate [...]. Per quanto riguarda le materie prime [...] la dipendenza della Germania dall’estero era assai più alta di quella degli Stati con uno sviluppo industriale paragonabile. L’industria germanica ricorreva all’importazione per soddisfare oltre il 50% del suo bisogno di materie prime e semilavorati."

Al calo costante delle riserve in oro e valuta pregiata (da circa 3 miliardi di marchi all’inizio del 1930 ad appena 100 milioni di marchi tre anni dopo ) Brüning risponde introducendo, nel 1931, il controllo dei cambi, misura presentata come temporanea, motivata dalla necessità di far fronte alle crisi bancarie, ma destinata a diventare punto cardine della politica economica tedesca, al di là dei mutamenti intervenuti nella direzione politica, fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale .
La via scelta dalla Germania per far fronte agli effetti della crisi del 1929 si discosta in modo significativo tanto da quella dei paesi che scelgono di svalutare la propria moneta (come, per esempio, Gran Bretagna, Svezia, Stati Uniti), quanto da quelli che - almeno per qualche anno - cercano di tenere in vita il gold standard, formando il “blocco dell’oro” (tra gli altri, Francia, Belgio, Polonia, Italia) ; il governo Brüning cerca invece di mantenere stabile il potere d’acquisto del marco e manovra in modo da non alterarne il rapporto di cambio estero, coerentemente con la prospettiva deflazionistica - di per sé ispirata alle teorie liberiste classiche - che persegue:

"l’idea portante era che in via di principio, indipendentemente dall’andamento congiunturale del momento, le entrate e le uscite dello Stato dovessero essere sempre in pareggio. Per tener fede a questo principio, già dall’estate del 1930 fu necessario procedere al taglio delle uscite e alla creazione di nuove fonti di entrata ."

Lo sganciamento della sterlina dalla sua base aurea, e la conseguente svalutazione della valuta britannica, decise dal governo di Londra il 21 settembre 1931, si traducono automaticamente in una rivalutazione del marco, valutata positivamente dalle autorità germaniche perché essa comporta una parallela riduzione dell’ammontare delle riparazioni di guerra, calcolate in buona parte in sterline e dollari, mentre un mutamento verso il basso della parità aurea della valuta tedesca avrebbe determinato un aumento del debito, come era stato espressamente previsto dal piano Young; d’altro canto, un marco troppo forte agisce da moltiplicatore degli effetti deflazionistici delle politica economica governativa, e rischia di incentivare le importazioni e di deprimere le esportazioni, accentuando gli squilibri della bilancia commerciale e mettendo a rischio le riserve valutarie. Il gabinetto Brüning reagisce introducendo un rigido controllo statale sui movimenti valutari , ma - per ovviare alle difficoltà che il marco forte provoca alle imprese esportatrici - è costretto a concedere sussidi straordinari per l’incentivazione dell’export (Zusatzausfuhrverfahren), che pesano sul bilancio pubblico e sulle riserve valutarie. Ciò rappresenta un ulteriore incentivo a far ricorso al bilateralismo: Berlino, cioè, punta a stipulare con il maggior numero possibile di paesi accordi di compensazione (clearing), stabilendo con ciascuno parità specifiche tra marco e moneta dello Stato contraente, e cercando di pareggiare i flussi reciproci di commercio estero. In questo modo al mercato mondiale si sostituiscono relazioni bilaterali, le quali incorporano, in misura prima inusitata, rapporti di forza e determinazioni di natura prettamente politica, che si affiancano e non di rado prevalgono sulle dinamiche di carattere puramente economico (come per esempio i prezzi relativi di alcuni beni tanto industriali quanto agricoli). È aperta così la strada verso una

"politica che vedeva in rapporti economici complementari un’occasione tanto sul piano economico quanto su quello politico per ridare alla Germania un ruolo di grande potenza. A tale scopo la costruzione nell’Europa centrale (Mitteleuropa) di un’area valutaria comune pareva essere un opportuno punto di partenza ."

Nel 1932 Berlino stipula i primi accordi di compensazione con l’Austria e l’Ungheria, a cui poi seguiranno negli anni successivi analoghe intese con quasi tutti gli Stati europei ; a sottoscriverle sono inizialmente le banche centrali. Punto centrale di ogni trattato è la fissazione di un determinato tasso di cambio bilaterale, e la decisione di dar vita a casse di compensazione in cui ogni singolo debitore verserà quanto dovuto e da cui i creditori preleveranno ciò che loro spetta. In tal modo tra i contraenti di ogni singola intesa bilaterale si elimina ogni flusso di valuta; a muoversi sono soltanto merci ed, eventualmente, persone (come nel caso del turismo). Le cosiddette “partite invisibili” (rimesse di qualunque genere) confluiscono nelle casse di compensazione, contribuendo così al riequilibrio di flussi di import-export eventualmente asimmetrici. Nel contesto dato dalla crisi, all’inizio degli anni Trenta, “la Germania, paese debitore e a moneta debole [cioè, di fatto, non convertibile], si trov[a] attratta dai paesi del centro Europa e dell’Europa sud-orientale, che [sono] in una situazione simile ”; fatto sta che l’effetto delle intese economiche tra Berlino e gli Stati dell’area danubiano-balcanica (Jugoslavia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Turchia, Albania) è di dirottare parte consistente della loro esportazione verso il mercato germanico; questi paesi diventano così, proprio grazie al bilateralismo, importanti acquirenti dei prodotti industriali tedeschi .
Se teniamo presente che, nel periodo considerato, il contributo complessivo dei paesi del Sudest europeo al commercio estero tedesco non supera mai il 15% del totale, mentre per ciascuno di essi i flussi di merci da e per la Germania rappresentano dal 20 al 50% del totale del proprio import-export , e se consideriamo i prezzi delle merci scambiate all’interno della cosiddetta “area del marco” negli anni Trenta, è indiscutibile che i paesi meno sviluppati dell’area danubianobalcanica abbiano trovato nella Germania da lato un buon acquirente, pronto ad accettare prezzi superiori a quelli correnti sul mercato mondiale, dall’altro un compratore tendenzialmente monopsonista ; ne consegue che la loro struttura produttiva subisce una sorta di distorsione, e ne risulta indebolita la già gracile spinta allo sviluppo economico ed industriale .
Come già si è accennato, la soluzione data dalla Germania di Brüning ai dilemmi posti dalla crisi mondiale non va letta soltanto come una risposta, basata sulle teorie economiche condivise dall’intelligencija nazionalconservatrice dell’epoca, ad una situazione congiunturale di gravi difficoltà; essa riprende, al contrario, concetti e punti di vista che erano già largamente diffusi nel periodo bismarckiano e guglielmino: elemento cardine e principio comune ai settori conservatori, antirepubblicani ed antidemocratici dell’establishment weimariano sono le concezioni di Großraumwirtschaft (economia di grande spazio) e Großwirtschaftsraum (grande spazio economico), note anche sotto le denominazioni di Pan-Europa, Mitteleuropa, o Zwischeneuropa (Europa intermedia) . In queste teorizzazioni si combinano esigenze di politica economica con istanze prettamente geopolitiche e di natura strategica; esse danno grande importanza al fatto che la Germania possa avere a disposizione in qualunque circostanza, in modo particolare in caso di conflitto militare, materie prime e derrate alimentari per essa assolutamente indispensabili. Si tratta di concezioni che sono elaborate dagli intellettuali nazionalisti e conservatori sul finire dell’Ottocento, vengono riprese dai teorici del “nazionalismo economico” (Nationalökonomie) influenzati dallo statalismo della “scuola storica” (Historische Schule) prima e dopo la Grande Guerra, e si diffondono largamente agli albori degli anni Trenta:

"man mano che la crisi interna ed internazionale si approfondi[sce], si svilupp[a] un diffuso orientamento nell’opinione pubblica che rende praticamente privo di rischi dal punto di vista politico per il regime “del Presidente” un radicale mutamento degli obiettivi e dei metodi per quanto riguarda la politica commerciale rivolta verso i paesi esteri [...]. Un fattore di gran peso in questo processo [è] il diffondersi di un modo di pensare di carattere strategico e geopolitico. Esso propon[e] di considerare il commercio con l’estero sotto un profilo militare ed ideologico ."

Ma non si tratta solo di riflessioni accademiche:

"Viene ipotizzato come obiettivo finale uno spazio economico europeo che dovrebbe raccogliere circa trecento milioni di esseri umani, che possa stare alla pari, se non superare, con l’area egemonizzata dall’America, con l’impero britannico, con il grande spazio sino-giapponese in via di costituzione, nonché con quello russo. [Nell’elaborazione di questi progetti] un ruolo particolare è giocato dalla Studiengesellschaft für Mittel- und Südosteuropa (Società di studi per l’Europa centrale e del Sudest) e dal Mitteleuropäische Wirtschaftstag (Congresso economico dell’Europa centrale); quest’ultimo, che opera sotto l’influenza del Langnamverein , del Reichsverband der Deutschen Industrie, e del Deutsche Industrie- und Handelstag, rappresenta gli interessi dell’industria pesante nell’Europa centrale e lavoro per mantenere aperte ed allargare gli spazi di penetrazione verso l’Europa meridionale ed orientale "

Attraverso le idee di Großraumwirtschaft e di Großwirtschaftsraum viene quindi proposto un modello economico di carattere organicista, gerarchico e sedicente armonico, in cui diverse aree economiche sono interconnesse tra di loro attraverso meccanismi di scambio regolati, così da formare uno spazio economico tendenzialmente (anche se non sempre concepito come totalmente) chiuso; esso presuppone necessariamente il passaggio ad un regime politico antidemocratico, autoritario e caratterizzato da una rigida gerarchia. Non per caso il tentativo di Brüning di governare gli effetti della crisi economica mondiale attraverso una mescolanza di rigida politica deflazionistica all’interno, richiesta ai paesi vincitori del 1918 di rivedere il debito estero germanico cagionato dalle riparazioni di guerra), e ripresa sul piano propagandistico di temi tipici dell’agitazione nazionalistica presuppone una svolta in politica interna che faccia piazza pulita del parlamentarismo e modifichi radicalmente, in senso autoritario, la Costituzione di Weimar:

"Le Presidialregierungen persegu[ono] una revisione della Costituzione che da un lato, attraverso una riforma del Reich, interven[ga] nelle autonomie dei Länder, dall’altro, attraverso la riconduzione del Parlamento ad una mera funzione di controllo, renda possibile la conduzione autoritaria della cosa pubblica secondo il modello di Bismarck. Questi progetti trova[no] il loro culmine nel bizzarro proposito di Brüning di restaurazione della monarchia degli Hohenzollern, e nella proposta di costruire un “nuovo Stato”, ispirato chiaramente al modello italiano, avanzata da Franz von Papen ."

Per questa via la Presidialregierung avrebbe assunto una dimensione permanente, e sarebbe stato finalmente realizzato un obiettivo da sempre assai caro alla destra politica programmaticamente antirepubblicana. Il cancellierato dell’esponente cattolico rappresenta perciò una fondamentale cesura, sia nella politica interna, sia nelle relazioni internazionali:

"dopo il 1930 si manifesta con molta più forza un modo di definire gli obiettivi che mette in primo piano il nazionalismo, si esprime con molta virulenza e si dimostra capace di esercitare notevole influenza; tesi del genere esistevano già in precedenza, ma si presentavano come un’alternativa alla politica dei governi in carica. Esse si orientano verso una concezione autarchica del mercato, sostengono il protezionismo, la riduzione dell’interdipendenza sul piano internazionale, ed il ritorno a intese speciali di carattere bilaterale [...] sul piano politico [si manifesta] la volontà di sciogliersi dai legami internazionali e di ritornare ad un assetto internazionale che renda possibile alla Germania una politica indipendente, di avere le “mani libere” ."

Ciò si manifesta in più ambiti, tra cui spiccano il rifiuto del memorandum presentato, nel mese di maggio 1930, da Aristide Briand, allora ministro degli Esteri del governo di Parigi, dove si delineava una prospettiva di unificazione politica ed economica dell’Europa; il rilancio dell’ipotesi di unione doganale con l’Austria (nel successivo mese di giugno), percepita e presentata dai responsabili della politica estera di Berlino come il primo passo verso la costruzione di una zona di libero scambio che avrebbe dovuto comprendere anche Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania, nonché - in prospettiva - Polonia e Stati baltici; la richiesta di revisione delle riparazioni di guerra dovute dalla Germania, che non si limita a mirare alla messa in discussione del piano Young alla luce della crisi finanziaria internazionale, ma si propone esplicitamente il loro abbandono; infine la volontà di porre sul tappeto il superamento dei limiti posti dal trattato di Versailles all’armamento del Reich tedesco, a cui viene rivendicato il diritto alla parità militare con le potenze di pari livello. Se si tien conto che la nascita di uno spazio economico coordinato nell’Europa centrale e meridionale avrebbe dovuto creare, secondo Brüning ed i suoi, le condizioni più favorevoli per discutere con gli Stati che ne avrebbero fatto parte quelle revisioni dei confini - ovviamente a favore della Germania - che l’opinione pubblica nazionalconservatrice non si stancava di rivendicare, è facile capire che l’insieme di queste prospettive delinea uno scenario di crisi con la Francia e di messa in radicale discussione degli equilibri europei .

3) L’aggressività verso l’estero come rimedio all’incombente crisi. Fondamenti e limiti della politica nazionalsocialista 1933-1939

Come si è visto, la scelta in favore della Großraumwirtschaft è inestricabilmente connessa, già nella fase delle Präsidialregierungen, con l’idea di un’economia orientata alla guerra; ciò va inteso non solo e non tanto nel senso che le forze e le personalità favorevoli a quella prospettiva lavorino coerentemente alla pianificazione della guerra, quanto piuttosto nel senso che una serie di preoccupazioni, timori, incubi risalenti alla Grande Guerra (il blocco economico attuato dalle potenze dell’Intesa; il deficit cronico della produzione alimentare che generò la carestia nel territorio del Reich guglielmino, il crollo del fronte interno che ne conseguì) influenzano le scelte e gli orientamenti dei decisori politici di Berlino, tanto prima, quanto - ed ancor di più - dopo la nomina a cancelliere del Reich di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, e la dittatura terroristica che viene instaurata nei mesi successivi. Ciò comporta il deciso orientamento in favore della Mitteleuropa e dell’Europa del Sudest come cuore della Großraumwirtschaft, in quanto territorio dove era possibile instaurare scambi tra un centro produttore di manufatti industriali ed una periferia fornitrice di materie prime e prodotti agricoli (Stati dell’area danubiano-balcanica). Di per sé, la costruzione della Großraumwirtschaft comporta una doppiezza strutturale rispetto ai mezzi da utilizzare, doppiezza che rinvia all’intreccio già ricordato tra Außenpolitik ed Außenwirtschtspolitik: accanto all’utilizzo di mezzi egemonici pacifici (trattati bilaterali, accordi di clearing) non si esclude mai, in funzione del soddisfacimento di interessi strategici, il ricorso alle armi od a una pressione politica assai vicina alla soglia dell’aggressione:

"durante la crisi economica mondiale la NSDAP non solo si f[a] portatrice dell’idea di un’autarchia da realizzare in un grande spazio economico, ma integr[a] questo concetto, che si basava principalmente su riflessioni riguardanti il commercio ed i trattati commerciali, tramite un’aggressiva componente di politica di potenza. La concezione [tipicamente nazionalsocialista] della vita come lotta port[a] così a concepire la guerra come un aspetto ineliminabile non solo della politica, ma anche dell’economia ."

Nonostante il carattere particolarmente aggressivo della concezione nazista di “autarchia” , all’inizio degli anni Trenta la costruzione di un’area economica nel cuore dell’Europa con cui mantenere relazioni economiche favorevoli (nel senso più globale possibile del termine) costituisce - almeno a breve termine - un obiettivo largamente condiviso e assolutamente “ragionevole” agli occhi della tecnocrazia attiva nelle istanze dello Stato e dell’industria privata nell’ultima fase della Repubblica di Weimar e nel primo periodo della dittatura hitleriana ; che esista una forte

"continuità [tra l’ultima fase della Repubblica di Weimar ed il Terzo Reich hitleriano] può essere dimostrato anche sotto il profilo del personale politico. Rappresentanti dell’orientamento favorevole ad una più spiccata politica revisionista ed a una ripresa della politica di potenza come Neurath oppure Blomberg , Hugenberg oppure Papen occupa[no] anche nel nuovo governo di “concentrazione nazionale” [il governo presieduto da Hitler] posizioni assai significative. Il loro sforzo precedente teso ad integrare la NSDAP in un nuovo governo (basato anch’esso sull’appoggio del Presidente) si fondava non marginalmente sulla speranza di rafforzare, in tal modo, le basi per una linea revisionista secondo la prospettiva di una politica di potenza. A ciò corrispond[e] ora l’idea di “addomesticare” e “porre limiti” ad Hitler, in modo da poter controllare l’influenza ed il peso del nuovo cancelliere anche nell’ambito della politica estera ."

La politica economica perseguita dalla NSDAP come partito di governo (dal mese di luglio 1933 unica formazione politica legale ) dopo il 30 gennaio 1933 non rappresenta perciò alcunché di radicalmente nuovo, ma essenzialmente la prosecuzione di linee ed orientamenti già diffusi in precedenza e divenuti poi, dopo il 1930, ispiratori della politica dei governi “del Presidente”. La consonanza facilmente riscontrabile tra idee largamente condivise nei circoli conservatori della burocrazia, delle forze armate, e dell’industria e l’agire politico del governo guidato da Hitler spiega esaurientemente il progressivo avvicinamento delle tradizionali élites al nazionalsocialismo , il cui specifico contributo e la cui significativa novità consistono da un lato nella messa a disposizione di un lessico politico e di un immaginario propagandistico che si sarebbero rivelati un potente strumento egemonico (i nazisti avrebbero tradotto il concetto, relativamente ostico, di Großraumwirtschaft in quello ben altrimenti efficace di Lebensraum - spazio vitale - fornendo altresì, attraverso le teorie razziali di derivazione völkisch, un fondamento non meramente ancorato a rapporti di forza politico-economici ma fornito di una specifica “naturalità” all’idea di Großwirtschaftsraum, che veniva così tradotto in quello di gerarchia di popoli ), dall’altro nel considerare come assolutamente logico e razionale che la guerra sia non solo la continuazione della politica tout court, ma altresì la continuazione della politica economica con altri mezzi, estendendo ad allargando oltre misura la vecchia formula di Clausewitz.

"La Weltanschauung [nazionalsocialista] si bas[a] su di una utopia che guarda all’indietro. Essa è presa a prestito da immagini e modelli di un passato idealizzato e romanzato, si rifà ad ordinamenti sociali e statuali propri di età eroiche, patriarcali od assolutistiche; a queste idee viene conferito però un carattere avanguardistico e massificato, trasformandole in strumenti ideologici di lotta di un nazionalismo totalitario. Il concetto di élite proprio di un ceto signorile aristocratico diventa così l’ “aristocrazia di sangue” nazionalrazziale (völkisch); l’idea di un “capo supremo del popolo” (Volksführer) di natura plebiscinaria prende il posto del “potere per grazia divina” dei principi; la sottomissione dei ceti subalterni si sublima nel concetto, mobilitante in senso nazionale, di “seguaci” [del Führer]. Queste nuove formula pa[iono] risolvere la vecchia contraddizione del periodo imperiale gugliemino tra Stato autoritario e società industriale, e nello stesso tempo permettere il ritorno ai “sani” principi guida dell’ordine tradizionale che regnava prima dell’avvento della democrazia [...]. [Per quanto riguarda la politica estera] Hitler e la NSDAP f[anno] proprie le versioni più radicali degli obiettivi che erano sorti nella Germania guglielmina dal sommarsi della spinta espansiva del capitalismo industriale, della dinamica di potenza intrinseca alla monarchia militare degli Hohenzollern, e delle aspirazioni di dominio di una burocrazia statuale ancora profondamente segnata da una mentalità autoritaria e legata all’idea di una società divisa rigidamente in ceti [...]. La ripresa da parte del nazionalsocialismo del pangermanesimo imperialista del periodo guglielmino [è] possibile - dopo la guerra mondiale e la rivoluzione - solo al prezzo di una loro trasformazione e dinamizzazione in senso totalitario, della conversione del patriottismo in totalitarismo nazionalrazzista (völkisch) ."

Sarebbe tuttavia inesatto ritenere che sulle prospettive della politica economica vi sia, all’interno del gruppo dirigente del Terzo Reich, una totale identità di vedute, come se le iniziative via via poste in atto dal 1933 al 1939 non rappresentassero altro che tappe coordinate dell’attuazione di un piano preesistente e fondamentalmente coerente ; da un lato, infatti, coesistono prospettive assai diverse circa il da farsi una volta superate le conseguenze più drammatiche della crisi: per alcuni, prevalentemente alti funzionari dei ministeri economici e degli Esteri e tecnocrati del settore privato (tra essi Hans Posse, del Reichswirtschaftsministerium, Karl Ritter, dell’Auswärtiges Amt, nonché Hjalmar Schacht, tornato nuovamente alla testa della Reichsbank e poi nominato - nell’agosto 1934 - ministro dell’Economia), una Germania diventata più forte si sarebbe dovuta progressivamente reintegrare nel mercato mondiale; per altri (sostanzialmente il gruppo dirigente della NSDAP più vicino ad Hitler) occorre invece proporsi il raggiungimento di un’autosufficienza autarchica su scala tendenzialmente continentale . Analogamente, negli anni Trenta non vi è unicità di vedute tra i massimi esponenti del partito nazionalsocialista e dello Stato circa i rapporti che avrebbero dovuto intercorrere tra uno spazio economico mitteleuropeo (tendenzialmente paneuropeo) dominato dalla Germania e le economie d’oltremare; esistono tendenze favorevoli ad una chiusura quasi totale, e posizioni favorevoli ad un certo grado di interscambio, pur sottoposto ad un rigido controllo centrale . Queste differenziazioni non passano però tra differenti istanze contrapposte, ma attraversano tutte quante le istituzioni preposte al commercio con l’estero, che - come è tipico della prassi politica e decisionale del Terzo Reich - sono tutt’altro che centralizzate e gerarchizzate; assistiamo anzi al moltiplicarsi delle competenze tra organi di Stato, di partito, e strutture istituite ad hoc .
Su una questione di cruciale rilevanza è invece possibile rilevare, all’interno delle sfere dirigenti del regime, una concordanza quasi perfetta di ordine strategico: esiste infatti una forte consonanza sull’importanza cruciale che le risorse economiche e produttive dell’URSS hanno per lo sviluppo dei progetti di autarchia continentale coltivati dalle élites germaniche ; per tutta la fase precedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale al loro interno non mancano però, in proposito, divergenze tattiche: tra imprenditori e burocrati, pur sostanzialmente concordi con l’antibolscevismo nazionalsocialista, è presente una consistente tendenza favorevole a stringere con l’Unione Sovietica rapporti politici ed economici che la leghino pacificamente (almeno pro tempore) alla Großraumwirtschaft tedesca, ed a privilegiare la tradizionale direttrice di penetrazione nell’area danubianobalcanica , mentre Hitler e la sua cerchia sottolineano esplicitamente, e senza stancarsi, la necessità a distruggere l’URSS, occupandone il territorio e sfruttandolo a fondo .
Nei circoli dirigenti di Berlino prevarranno, come sappiamo, da un lato la dimensione ideologica tipicamente nazionalsocialista che vede nel bolscevismo, in quanto sintesi di marxismo, slavismo, ed ebraismo, il nemico mortale con cui è necessario fare i conti una volta per tutte, dall’altro la paura di una possibile ripetizione della crisi del novembre 1918 e la volontà di esorcizzarla mettendo le mani - appena possibile - sulle risorse agricole e sulle riserve di materie prime di cui l’URSS dispone in misura per nulla trascurabile e che invece scarseggiano alla Germania. Da questi presupposti prenderà le mosse, nel giugno del 1941, la cosiddetta “operazione Barbarossa” ; nel momento in cui la politica bellicista ed aggressiva della Germania nazista porta all’innescarsi di un conflitto generale in Europa, è perciò la linea più radicale ad imporsi; su di essa si allineano prontamente, a quel punto, le élites della burocrazia e dell’industria, che riorienteranno i propri piani in funzione della Vernichtungskrieg (guerra di annientamento) che la Wehrmacht inizia a mettere in cantiere tra l’estate e l’autunno del 1940 .
Nei sei anni e mezzo che separano il 30 gennaio 1933 dal 1° settembre 1939, la politica economica del Terzo Reich può essere descritta come una sequenza di fughe in avanti, con ognuna della quali si fa di volta in volta fronte a una crisi in procinto di esplodere, ponendo però le premesse della crisi futura . Le soluzioni di volta in volta trovate accentuano sempre più la tendenza alla guerra come fuga in avanti definitiva - e senza ritorno. Le cause strutturali dello squilibrio che si cerca ripetutamente di tamponare vanno viste in primo luogo nella permanente sproporzione tra possibilità da parte del Terzo Reich di esportare merci e necessità da parte sua di importarne; le prime sono limitate dalla struttura della relazioni economiche, definite come sono dalla dottrina del bilateralismo e dagli accordi di clearing raggiunti con quasi tutti i principali partner commerciali di Berlino ; le seconde sono rese rigide ed in una certa misura incomprimibili a causa del deficit di prodotti agricoli e di materie prime di cui il Reich germanico soffre dalla sua costituzione nel 1871, deficit aggravato in misura significativa dalle amputazioni territoriali che la Germania aveva subito, sul confine orientale, per effetto del trattato di Versailles . A ciò vanno aggiunte, man mano che ci si inoltra nella seconda metà degli anni Trenta, le ricorrenti tensioni sul mercato del lavoro originate dalle piena occupazione, che creano condizioni di per sé favorevoli ad una ripresa di conflittualità rivendicativa tra i lavoratori industriali , nonché le conseguenze negative sulla produttività delle campagne e sui prezzi agricoli della politica agraria del regime, in mano a custodi dell’ortodossia razziale e cultori della piccola proprietà familiare - in quanto ceppo della pura razza germanica da preservare ad oltranza - come il ministro dell’Agricoltura e Führer dei contadini del Reich Walter Darré .
Dalla costituzione del Reich germanico, del resto, la sua bilancia commerciale era stata perennemente sospesa ad un precario equilibrio, in cui le esportazioni bilanciavano a malapena le importazioni, a cui per altro era assolutamente impossibile rinunciare; le perdite territoriali conseguenti alla sconfitta nella Grande Guerra avevano ulteriormente aggravato la situazione; solo nei primissimi anni Trenta, cioè nel periodo più profondo della crisi economica mondiale, la durissima deflazione interna e la caduta dei prezzi internazionali avevano determinato il formarsi di un surplus attivo, ma a prezzo di un impressionante aumento della disoccupazione e di una parallela riduzione della domanda interna, elementi che avevano innescato un drammatico circolo vizioso . La ripresa dell’economia a partire dalla seconda metà del 1933 e dal 1934, le misure prese dal regime hitleriano per ridurre la disoccupazione, l’incremento delle spese statali per il riarmo minacciano però di far nuovamente esplodere una crisi da sproporzione tra import ed export, per di più all’interno di un quadro che vede le riserve valutarie tedesche ridotte al lumicino. La contraddizione, strutturale ma aggravata dalle politiche congiunturali condotte dalle autorità di Berlino e dalla Reichsbank, si manifesta in modo acuto appena diciotto mesi dopo la Machtergreifung (conquista del potere) da parte della NSDAP, nel luglio 1934, allorché:

"nel sistema economico nazionalsocialista si manifesta[no] i primi sintomi di crisi, da non sottovalutarsi nelle loro dimensioni, che minaccia[no] seriamente il riarmo. Essi hanno a che fare principalmente con il manifestarsi di carenze nel settore delle materie prime [...]. In linea teorica, il governo di Berlino si v[ede] improvvisamente posto di fronte all’alternativa se continuare a spingere l’economia in direzione di una preparazione alla guerra, in modo conseguente alle linee inizialmente definite, oppure se orientarsi verso un equilibrio sostenibile, dal punto di vista dell’economia nazionale, tra le esigenze del riarmo e quelle più generali del sistema economico complessivo; quest’ultima soluzione avrebbe sgnificato rinviare di anni il rafforzamento militare del Reich. Per i detentori del potere nel Terzo Reich, però, un rallentamento dei ritmi del riarmo non [è] mai seriamente preso in considerazione; essi perciò deci[dono] di imbrigliare tutto quanto il commercio estero, come Schacht propone, attraverso misure di controllo centralizzato sulle valute e sulle materie prime ."

Prende così vita, tra la fine di agosto e la metà di settembre 1934 il Neuer Plan (nuovo piano); posto sotto la direzione di Schacht, esso prevede una maggior centralizzazione degli acquisti in funzione del potenziamento della produzione degli armamenti, pur preoccupandosi di garantire la disponibilità di beni di consumo in modo da non ridurre lo standard di vita della popolazione; viene inoltre decisa la “razionalizzazione” delle scorte, cioè - nei fatti - una loro riduzione a livelli più bassi di quelli prima considerati minimi indispensabili. Lo sforzo per ridurre le importazioni “non necessarie” incentiva le prospettive di una autarchia che - per avere un minimo di possibilità pratiche di essere realizzata - deve assumere l’ottica del Großwirtschaftsraum, ancorché per Schacht il raggiungimento dell’autosufficienza nei settori in cui ciò sia fattibile e desiderabile non stia di per sé in contraddizione con l’esser presenti sul mercato mondiale. In ogni caso, tra il 1934 ed il 1936 circa l’80% del commercio estero tedesco si svolge in regime di clearing, e vengono stretti nuovi accordi commerciali con i paesi dell’Europa del Sudest .
Nemmeno due anni dopo, però, nei primi mesi del 1936, il contrasto tra prosecuzione del riarmo a ritmi accelerati da un lato, sviluppo dei lavori pubblici di carattere civile e di rappresentanza nonché del livello di consumi della popolazione dall’altro si riaccende; secondo Schacht (che il 21 marzo 1935 aveva aggiunto alle sue cariche il titolo di Generalbevollmächtigter für die Kriegswirtschaft - Plenipotenziario per la produzione bellica) l’economia della Germania ha raggiunto i limiti delle sue possibilità; a questo punto è necessario frenare gli investimenti per il riarmo allo scopo di liberare risorse per l’esportazione (compresa, ovviamente, l’esportazione di armamenti, favorita dall’enorme capacità produttiva sviluppata nel settore durante gli anni precedenti ). In caso contrario, si sarebbe dovuto procedere a tagli nei consumi e nei lavori pubblici. Esiste, per la verità, una

"terza alternativa, quella di finalizzare la costruzione e l’accumulazione di armamenti al raggiungimento di un obiettivo strategico limitato, il più vicino possibile dal punto di vista temporale. Che si sarebbe finito col decidere in questo senso, cosa che avrebbe reso necessario un dirigismo economico ancora maggiore, appar[e] evidente all’inizio del 1936; infatti per Hitler un rallentamento degli sforzi per il riarmo non [è] da prendere in considerazione ."

Nell’estate dello stesso anno i nodi irrisolti costituiti dalla scarsità di valuta e dall’essersi ridotte al lumicino le scorte tanto di materie prime quanto di derrate alimentari si manifestano nuovamente con accentuata gravità. La soluzione verrà trovata da un lato nella ulteriore concentrazione dei poteri di direzione dell’economia attraverso il cosiddetto Vierjahresplan (piano quadriennale), dall’altro nella parallela decisione di raggiungere in tempi brevi (quattro anni, per l’appunto) la disponibilità di forze armate numericamente consistenti, pronte all’impiego, armate modernamente, in una parola adatte a condurre con successo operazioni belliche limitate nello spazio e nel tempo:

"una tale politica re[nde] possibile procedere con il riarmo servendosi di risorse nel complesso limitate, e permetterà in seguito, combinando aggressione militare e pressione diplomatica, di allargare la base economica del Reich ampliandone il territorio [...] In pratica, questa linea [ha] come effetto di concentrare i mezzi disponibili sulla produzione di armamenti immediatamente utilizzabili dalle truppe; di conseguenza una politica di riarmo in profondità viene trascurata a favore della scelta di un riarmo in estensione ."

Allo scopo di dare attuazione a queste direttive verrà istituita ex novo una complessa organizzazione, autonoma e parallela ai ministeri già esistenti; la guiderà Hermann Göring, all’epoca numero due del regime . Nell’ambito del Vierjahresplan saranno realizzati colossali investimenti diretti a ridurre la dipendenza dall’import di materie prime produttivamente e strategicamente chiave; per esempio, si inizierà a costruire impianti per la produzione di benzina e gomma sintetiche, utilizzando procedimenti di idrogenazione del carbone, materia prima di cui la Germania è grande produttrice, e si avvierà lo sfruttamento dei minerali ferrosi della Bassa Sassonia, relativamente poveri e perciò trascurati dai gruppi siderurgici privati. Il fantasma della crisi è però esorcizzato, ancora una volta, per appena due anni, e si ripresenta puntualmente nel 1938: nell’ultimo anno di pace che l’Europa avrebbe conosciuto la Germania deve far fronte non solo alla ricomparsa di chiari segni di surriscaldamento dell’economia , ma anche ad una gravissima e - allo stato delle cose - irresolvibile carenza di divise estere, indispensabili d’altro canto per acquisti di materie prime strategiche o comunque indispensabili per l’industria .
La contraddizione viene risolta con la spada: alla crisi, di natura economica e semmai aggravata dalle scelte di politica economica del regime, il Terzo Reich risponde con l’uso della Wehrmacht: nel 1938 con l’Anschluß e l’occupazione dei Sudeti cecoslovacchi, l’anno successivo con lo smembramento della Cecoslovacchia residua e l’annessione di fatto di Boemia e Moravia sotto il labile velo giuridico della creazione di un Protettorato del Reich. L’espansione territoriale oltre i confini dell’Altreich (Reich originario, come viene denominato dai nazisti il territorio germanico compreso nei confini del 1937) ha per Berlino anche il significato di mettere le mani su risorse (valutarie, finanziarie, agricole, minerarie ed industriali) che le permettono di tamponare ulteriormente la crisi strutturale che attanaglia il Terzo Reich . Nel medio periodo, le conquiste territoriali acuiranno i problemi di approvvigionamento alimentare e di materie prime, ma è tipico del nazionalsocialismo pensare ed agire a tempi brevi (unendo a ciò una propaganda che agita prospettive a tempi lunghissimi: il Reich millenario, per esempio. Il tempo medio appare di norma ignorato).
Gli eventi di Vienna e di Praga non comportano che il gruppo dirigente tedesco rinunci alla penetrazione pacifica nello spazio danubiano e balcanico visto da Berlino come naturalmente costitutivo del Großwirtschaftsraum ad egemonia germanica: la crisi cecoslovacca coincide infatti con importanti accordi economici che vedono come controparti Ungheria, Bulgaria, Jugoslavia e Romania . Indubbiamente, però, la spinta verso la costruzione di una Großraumwirtschaft tende irresistibilmente ad evolvere verso una forma di Raubwirtschaft (economia di rapina), di cui faranno via via le spese i paesi conquistati nel corso della guerra che inizierà a settembre 1939 .

In sintesi:
a) la politica economica NS condotta nel periodo 1933-1936 non era altro che la prosecuzione di quella portata avanti da Brüning. C'era ben poco di nuovo.
b) quella politica economica si reggeva su una costante e permanente instabilità.
c) lo sbocco di quella politica economica non poteva essere altro che la Raubwirtschaft successiva.

A latere:
1) come ogni studente di legge al primo anno sa, un carteggio privato (ed uno scambio di e-mail lo è) può essere reso pubblico solo con il consenso di entrambi gli interlocutori. Il dr. Sylos Labini ha pubblicato il nostro senza prima almeno avvisarmi (lo ha fatto dopo). La cosa sarebbe seccante se non fosse ridicola. Ma transeat.
2) il sullodato non si è fatto scrupolo di replicare (in pubblico) ad una mia missiva (privata) facendo considerazioni critiche sul sottoscritto (di cui si assume ovviamente tutta la responsabilità), salvo poi collocare in fondo al suo messaggio una fase tranchant a mo' di chiusura del discorso (quasi un: "e più non si intervenga"). In sé il suo atteggiamento appare sorprendente, se non fosse che là dove son nato, tra Genova e il Po, si suol dire che la rasun as dà ai asu, motivo per cui gliela concedo volentieri a priori. Non a lui, perciò ma a chi fosse invece interessato a ragionare seriamente sul tema ho pensato inviando le righe che precedono.

Scambio di opinioni con Brunello Mantelli

Per tutti i lettori di Sbilanciamoci, ho ritenuto utile riportare la mail che molto gentilmente mi ha scritto il Professor Mantelli, che spero non se ne dolga.

Forse il Professor Mantelli non ha compreso appieno che io ho cercato di porre la massima attenzione sul periodo compreso tra il 1933 e il 1936 che considero un periodo decisivo sia per la ripresa dell'economia, sia per il consolidamento del regime nazista, sia per la possibilità di lanciare il programma di riarmo che avrebbe portato la Germania a scatenare la seconda guerra mondiale.

Capisco che la sintesi non è il punto forte del Professor Mantelli e che è più facile indicare una serie di testi (purtroppo non conosco il tedesco) piuttosto che scrivere tre / quattro pagine per spiegare a tutti qual'è la sua opinione Però, vista la sua competenza, non gli dovrebbe essere così difficile, se lo volesse. Ma sentire da un Professore della levatura di Mantelli che l'economia del Terzo Reich fu sempre in una condizione di instabilità mi sembra una banalità assoluta che non spiega alcunchè sui meccanismi e sui risultati economici che furono raggiunti nei primi anni in cui il regime nazista prese il potere.

Per quanto riguarda le obbligazioni MEFO, anche uno studente del primo anno sa che il termine obbligazione sottintende l'esistenza di un debito che, nel caso della Germania, fornì alle imprese quegli strumenti di pagamento con i quali fu possibile rimettere in moto l'economia.

Insomma, invito il Professor Mantelli a scendere dall'alto della sua cattedra e ad impiegare un po' del suo prezioso tempo per spiegarci se è vero o no che quando Hitler prese il potere la Germania era sull'orlo del baratro e se è vero o no che grazie alle idee ingegnose di Schacht ci fu una ripresa economica spettacolare.

Ringrazio il Professor Mantelli per la sua risposta e gli invio i miei saluti più cordiali.

"Punto e basta."

Stefano Sylos Labini


Egregio dr. Sylos Labini,

grazie di aver preso in considerazione le mie osservazioni. E tuttavia, siamo ancora alla vetusta distinzione tra "critiche costruttive" e "critiche costruttive"? Il fantasma del "Migliore" aleggia così tanto tra noi?

Nel merito, come faccio ad esprimere il mio punto di vista in modo "chiaro e trasparente"? Ci vorrebbero parecchie pagine, per il buon motivo che, non me ne voglia ma così è, a Lei mancano le basi fondamentali per parlare con cognizione di causa dell'economia tedesca nel periodo 1933-1939/45. Punto e basta. Dovrebbe, mi creda, cominciare da capo con buone ed approfondite letture. Uno studente che mi dicesse le cose che Lei ha scritto ad un esame rimedierebbe una bocciatura (tra le altre cose insegno storia della Germania contemporanea). Non posso che consigliarle di dare un'occhiata prima di tutto ad un vecchio ma aureo libro di Timothy (Tim) W. Mason, tradotto solo parzialmente in italiano, purtroppo, con il titolo (non congruo) di La politica sociale del 3. Reich, Milano, Bruno Mondadori, 2006 (3a ed.), a qualche scritto di Hans Erich Volkmann (purtroppo temo tutti in tedesco), e magari anche ad un mio saggetto di qualche anno fa (perdoni l'immodestia): Da Brüning a Göring. La politica economica tedesca (1930-39) e il concetto di “economia di grande spazio” (Großraumwirtschaft), in Franco De Felice (a cura di), Antifascismi e Resistenze, Roma, NIS, 1997 (= “Annali” n° 6 della Fondazione Istituto Gramsci di Roma). Quest'ultimo, se lo desidera, posso farglielo avere anche per e-mail in PDF. In sintesi, comunque, l'economia del Terzo Reich fu sempre in uno stato di instabilità, la Raubwirtschaft post 1939 è diretta conseguenza delle politiche perseguite nei sei anni precedenti, quasi necessitata, direi; quanto ai MIFO, essi non furono altro che un modo per mascherare un deficit pubblico spaventosamente crescente. Per inciso prima del cambio di governo proprio Tremonti aveva proposto qualcosa di simile.

Con viva cordialità,
Brunello Mantelli

La Germania problema d'Europa

Gentile Professor Mantelli,

ho letto il suo commento al mio articolo sul sito di sbilanciamoci e non ho trovato la sua critica molto costruttiva.

Esponga i suoi dubbi in modo chiaro e trasparente.

Grazie.

Stefano Sylos Labini

P.S. Può rispondere anche alla mail che le ho appena inviato

curiosità

Caro Brunello Mantelli,
sarei molto lieto di poter apprezzare anche il suo punto di vista.
Ci scriva qualche riga.
Grazie.


Dubbi

Mi dispiace, ma da studioso della storia tedesca e dei fascismi non posso non notare che nell'articolo di Stefano Sylos Labini la ricostruzione storica degli evbenti tedeschi dal 1919 al 1939 fa acqua da tutte le parti. Ed anche l'analisi delle questioni economiche lascia moltissimo a desiderare. Mi piacerebbe poterne discutere più approfonditamente, ma Vi garantisco che una maggior precisione (ed una più approfondita conoscenza dell'amplissima letteratura esistente) sarebbe indispensabile sul tema.

Errata corrige

Mi sono accorto solo ora che in basso a sinistra avete una pagina FB. Come non detto XD

Un consiglio

Vorrei darvi un consiglio, che ovviamente siete liberi di non seguire.

Siete tra i migliori, se non il migliore, sito di critica economica, che non si limita solo a dare giudizi ma che propone anche alternative valide.

Chiunque gestisca il sito sa bene l'importanza dei socialnetwork per la diffusione delle conoscenze. Non dico che dovreste aprirvi una pagina Facebook o Twitter perché so che, soprattutto senza percepire alcun compenso, è comunque un impegno di tempo.

Però potreste lasciare condividere agli altri i vostri contenuti, così da incrementare il traffico nella vostra pagina.
Ad esempio, se per ogni post riusciste a mettere almeno un'immagine relativa al titolo (o alla soluzione proposta), attirerebbe molti più utenti.

Vi dico questo perché vi leggo spesso, vedo che scrivete delle cose valide e mi piacerebbe che le leggessero gli altri. Quando condivido un vostro contenuto su FB esce soltanto il titolo senza un immagine, e visivamente attira molto poco.

Ovviamente non so quanti impegni avete, probabilmente siete super impegnati e vi riesce difficile anche fare questa semplice cosa, però sappiate che potete incrementare di moltissimo la portata di utenti che legge i vostri contenuti.