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Produrre e lavorare meglio, con democrazia

07/01/2011

I fatti dietro l'accordo di Mirafiori, i tagli alla produzione della Fiat in Italia e il crescente orientamento finanziario, le alternative. La lettera degli economisti sul conflitto Fiat-Fiom già sottoscritta da circa 150 docenti e ricercatori.

Il conflitto Fiat-Fiom scoppiato a fine 2010 sul progetto per lo stabilimento di Mirafiori a Torino – che segue l’analoga vicenda per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco - è importante per il futuro economico e sociale del paese. Giornali e tv presentano la versione Fiat, sostenuta anche dal governo, per cui con la crescente competizione internazionale nel mercato dell’auto i lavoratori devono accettare condizioni di lavoro peggiori, la perdita di alcuni diritti, fino all’impossibilità di scegliere in modo democratico i propri rappresentanti sindacali.

Vediamo i fatti. Nel 2009 la Fiat ha prodotto 650 mila auto in Italia, appena un terzo di quelle realizzate nel 1990, mentre le quantità prodotte nei maggiori paesi europei sono cresciute o rimaste stabili. La Fiat spende per investimenti produttivi e per ricerca e sviluppo quote di fatturato significativamente inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti europei, ed è poco attiva nel campo delle fonti di propulsione a basso impatto ambientale. A differenza di quanto avvenuto tra il 2004 e il 2008 - quando l’azienda si è ripresa da una crisi che sembrava fatale – negli ultimi anni la Fiat non ha introdotto nuovi modelli. Il risultato è stata una quota di mercato che in Europa è scesa al 6,7%, la caduta più alta registrata nel continente nel corso del 2010.

Al tempo stesso, tuttavia, nel terzo trimestre del 2010 la Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un ritorno sul capitale del 33%. La recente divisione tra Fiat Auto e Fiat Industrial e l’interesse ad acquisire una quota di maggioranza nella Chrysler segnalano che le priorità della Fiat sono sempre più orientate verso la dimensione finanziaria, a cui potrebbe essere sacrificata in futuro la produzione di auto in Italia e la stessa proprietà degli stabilimenti.

A dispetto della retorica dell’impresa capace di “stare sul mercato sulle proprie gambe”, va ricordato che la Fiat ha perseguito questa strategia ottenendo a vario titolo, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni duemila, contributi pubblici dal governo italiano stimati nell’ordine di 500 milioni di euro l’anno.

A fare le spese di questa gestione aziendale sono stati soprattutto i lavoratori. Negli ultimi dieci anni l’occupazione Fiat nel settore auto a livello mondiale è scesa da 74 mila a 54 mila addetti, e di questi appena 22 mila lavorano nelle fabbriche italiane. Le qualifiche dei lavoratori Fiat sono in genere inferiori a quelle dei concorrenti, i salari medi sono tra i più bassi d’Europa e la distanza dalle remunerazioni degli alti dirigenti non è mai stata così alta: Sergio Marchionne guadagna oltre 250 volte il salario di un operaio.

Questi dati devono essere al centro della discussione sul futuro della Fiat. L’accordo concluso dalla Fiat con Fim, Uilm e Fimsic per Mirafiori – che la Fiom ha rifiutato di firmare - prevede un vago piano industriale, poco credibile sui livelli produttivi, tanto da rendere improbabile ora ogni valutazione sulla produttività. L’accordo appare inadeguato a rilanciare e qualificare la produzione, e scarica i costi sul peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Sul piano delle relazioni industriali i contenuti dell’accordo sono particolarmente gravi: l’accordo si presenta come sostitutivo del contratto nazionale di lavoro, e cancellerebbe la Fiom dalla presenza nell’azienda e dal suo ruolo di rappresentanza dei lavoratori che vi hanno liberamente aderito. Il referendum del 13-14 gennaio tra i dipendenti sull’accordo, con la minaccia Fiat di cancellare l’investimento nel caso sia respinto, pone i lavoratori di fronte a una scelta impossibile tra diritti e lavoro. In questa prospettiva, la strategia Fiat appare come la gestione di un ridimensionamento produttivo in Italia, scaricando costi e rischi sui lavoratori e imponendo un modello di relazioni industriali ispirato agli aspetti peggiori di quello americano.

Esistono alternative a una strategia di questo tipo.

In Europa la crisi è stata affrontata da imprese come la Volkswagen con accordi sindacali che hanno ridotto l’orario, limitato la perdita di reddito e tutelato capacità produttive e occupazione; in questo modo la produzione sta ora riprendendo insieme alla domanda. Produrre auto in Europa è possibile se c’è un forte impegno di ricerca e sviluppo, innovazione e investimenti attenti alla sostenibilità ambientale; per questo sono necessari lavoratori con più competenze, meno precarietà e salari adeguati; un’organizzazione del lavoro contrattata con i sindacati che assicuri alta qualità, flessibilità delle produzioni e integrazione delle funzioni. E’ necessaria una politica industriale da parte del governo che non si limiti agli incentivi per la rottamazione delle auto, ma definisca la direzione dell’innovazione e degli investimenti verso produzioni sostenibili e di qualità; le condizioni per mercati più efficienti; l’integrazione con le politiche della ricerca, del lavoro, della domanda. Considerando l’eccesso di capacità produttiva nell’auto in Europa, è auspicabile che queste politiche vengano definite in un contesto europeo, evitando competizioni al ribasso su costi e condizioni di lavoro. Su tutti questi temi è necessario un confronto, un negoziato e un accordo con i sindacati che rappresentano i lavoratori dell’azienda.

In nessun paese europeo l’industria dell’auto ha tentato di eliminare un sindacato critico della strategia aziendale dalla possibilità di negoziare le condizioni di lavoro e di rappresentare i lavoratori. L’accordo Fiat di Mirafiori riduce le libertà e gli spazi di democrazia, aprendo uno scontro che riporterebbe indietro l'economia e il paese.

Ci auguriamo che la Fiat rinunci a una strada che non porterebbe risultati economici, ma un inasprimento dei conflitti sociali. Ci auguriamo che governo e forze politiche e sindacali contribuiscano a una soluzione di questo conflitto che ristabilisca i diritti dei lavoratori a essere rappresentati in modo democratico e tuteli le condizioni di lavoro. Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori coinvolti e alla Fiom, sosteniamo lo sciopero nazionale del 28 gennaio 2011 e ci impegniamo ad aprire una discussione sul futuro dell'industria, del lavoro e della democrazia, sui luoghi di lavoro e nella società italiana.

Primi firmatari

Margherita Balconi, Università di Pavia

Paolo Bosi, Università di Modena e Reggio Emilia

Gian Paolo Caselli, Università di Modena e Reggio Emilia

Daniele Checchi, Università Statale di Milano

Tommaso Ciarli, Max Planck Institute of Economics

Vincenzo Comito, Università di Urbino

Marcella Corsi, Università di Roma “La Sapienza”

Pasquale De Muro, Università di Roma Tre

Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

Marco Faillo, Università degli Studi di Trento

Paolo Figini, Università di Bologna

Massimo Florio, Università Statale di Milano

Maurizio Franzini, Università di Roma “La Sapienza”

Lia Fubini, Università di Torino

Andrea Fumagalli, Università di Pavia

Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche

Adriano Giannola, Università di Napoli Federico II

Anna Giunta, Università di Roma Tre

Andrea Ginzburg, Università di Modena e Reggio Emilia

Claudio Gnesutta, Università di Roma “La Sapienza”

Elena Granaglia, Università di Roma Tre

Simona Iammarino, London School of Economics

Peter Kammerer, Università di Urbino

Paolo Leon, Università di Roma Tre

Stefano Lucarelli, Università di Bergamo

Luigi Marengo, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

Pietro Masina, Università di Napoli "L'Orientale"

Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara

Marco Mazzoli, Università Cattolica di Piacenza

Domenico Mario Nuti, Università di Roma “La Sapienza”

Paolo Palazzi, Università di Roma “La Sapienza”

Cosimo Perrotta, Università del Salento

Mario Pianta, Università di Urbino

Paolo Pini, Università di Ferrara

Felice Roberto Pizzuti, Università di Roma “La Sapienza”

Andrea Ricci, Università di Urbino

Andrea Roventini, Università di Verona

Maria Savona, University of Sussex

Francesco Scacciati, Università di Torino

Alessandro Sterlacchini, Università Politecnica delle Marche

Stefano Sylos Labini, Enea

Giuseppe Tattara, Università di Venezia

Andrea Vaona, Università di Verona

Marco Vivarelli, Università Cattolica di Piacenza

Antonello Zanfei, Università di Urbino

Adelino Zanini, Università Politecnica delle Marche

Adesioni

Ferdinando Arzarello, Università di Torino

Giuseppina Autiero, Università di Salerno

Mario Biagioli, Università di Parma

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale

Luigi Bosco, Università di Siena

Fabrizio Botti, Università di Perugia

Sergio Brasini, Università di Bologna

Sergio Bruno, Università di Roma “La Sapienza”

Gianluca Brunori, Laboratorio di studi rurali “Sismondi” di Pisa

Enza Caruso, Università di Perugia

Laura Chies, Università di Trieste

Guglielmo Chiodi, Università di Roma “La Sapienza”

Alessandro Colizzi, Université du Québec à Montréal

Bruno Contini, Collegio Carlo Alberto Moncalieri, Università di Torino

Lilia Costabile, Università di Napoli

Simone D'Alessandro, Università di Pisa

Carmela D'Apice, Università di Roma Tre

Carlo D'Ippoliti, Università di Roma La Sapienza

Marco Della Pinna, Università di Pisa

Pompeo Della Posta, Università di Pisa

Nerina Dirindin, Università di Torino

Valentina Di Stasio, Università di Amsterdam

Magda Fontana, Università di Torino

Marzia Fontana, University of Sussex

Mariangela Franch, Università di Trento

Aldo Frediani, Università di Pisa

Stefania Gabriele, dirigente pubblico di ricerca

Luciano Gallino, Università di Torino

Alberto Gherardini, Università di Firenze

Mario Giaccone, Università di Torino

Fiorenzo Girotti, Università di Torino

Giulio Guarini, Ministero dello Sviluppo Economico

Maria Carla Lamberti, Università di Torino

Achille Lemmi, Università di Siena

Francesco Lenci, CNR, Pisa

Mauro Lombardi, Università di Firenze

Mario Lovergine, ISIA

Adriana Luciano, Università di Torino

Agata Maida, Università di Milano

Michela Marchiori, Università di Roma Tre

Gerardo Marletto, Università di Sassari

Ugo Mattei, Università di Torino

Marianna Mazzucato, Open University UK

Mariapia Mendola, Università di Milano Bicocca

Luca Michelini, Università LUM “J. Monnet” di Bari

Alessia Miranti, University College of London

Chiara Monfardini, Università di Bologna

Andrea Morrison, Utrecht University

Lorenzo Mosca, Università di Roma Tre

Luigi Orsenigo, Università di Brescia

Guido Ortona, Università Piemonte Orientale

Lia Pacelli, Università di Torino

Ruggero Paladini, Università di Roma “La Sapienza”

Daniela Palma, ENEA

Francesco Paoletti, Università di Milano Bicocca

Marco Passarella, Università di Bergamo

Gabriele Pastrello, Università di Trieste

Marcello Pedaci - Università di Teramo

Riccardo Petrella, Università Cattolica di Lovanio

Francesco Petrini, Università di Padova

Paolo Piacentini, Università di Roma “La Sapienza”

Elena Podrecca, Università di Trieste

Monica Quirico, Södertörn University, Stoccolma; Università di Torino

Giorgio Rampa, Università di Pavia

Michele Raitano, Università La Sapienza di Roma

Piercarlo Ravazzi, Politecnico di Torino

Piera Rella, Università di Roma “La Sapienza”

Federico Ricci, Università di Modena e Reggio Emilia

Franca Roncarolo, Università di Torino

Annalisa Rosselli, Università di Roma Tor Vergata

Chiara Rubino, economista

Maria Laura Ruiz, Università di Pisa

Luigi Sambuelli, Politecnico di Torino

Elisabetta Segre, Istat

Anna Maria Simonazzi, Università di Roma “La Sapienza”

Anna Soci, Università di Bologna

Luigi Spagnolo, Università per Stranieri di Siena

Giorgio Tassinari, Università di Bologna

Massimo Tegolini, Istituto "Federico Caffé" di Roma

Settimo Termini, Università di Palermo

Giuliano Tescari, Università di Torin

Francesco Timpano, Università Cattolica del Sacro Cuore

Massimiliano Trentin, Università di Padova

Matilde Trevisani, Università di Trieste

Giovanni Vaggi, Università di Pavia

Marco Valente, Università dell'Aquila

Roberto Veneziani, Queen Mary University of London

Antonella Visintin, economista

Stefano Visentin, Università di Urbino

Francesco Vona, Università di Roma La Sapienza

Altre adesioni

Enrico Milani, Alessandro Messina, Paola Pizziol, Germano Pozzati, Diana Donninelli, Davide Di Laurea, Flora Cappelluti, Francesco Michele Mortati, Alessandro Faramondi, Nora McKeon, Antonio Bolentini, Anna Maria Di Miscio, Lorenti Garcia Gino, Giuseppina Buscaino, Giancarlo Nebbia, Maria Massa, Pierpaolo Salvarani, Assunta Daniela Zini, Javad Daneshpour, Alex Alunno Ricci, Antimo Ceparano, Francesca Della Ratta, Carlo Ciarli, Maria Mantello, Silvio Marro, Enrico Sciamanna, Claudio Lombardi, Roberta Rendina, Sandra Coluccia, Ignazio Mazzoli, Luigi Flagelli, Giuseppe Sirna, Silvio Artusio Comba, Angela Dogliotti Marasso, Valter Barosso, Renato Fioretti, Cristina Adriani, Vanda Bonardo, Graziano Camanzi, Marcello Fagioli, Liliana Frascati, Franco Carillo, Giuseppina Ficarra, Piero di Giorgi, Daniela Amati, Nicola Melloni, Marco Sparaco, Veniero Santin, Nicola Imbimbo, Nicola Zuin, Dario Righettini, Loredana Rubino, Domenico Borasi, Daniela Pappalardo, Luigi Crespino, Antonella Visintin, Amelia Beltramini, Vita Matilde Mangano, Marco Bava, Nicla Scatizzi, Tina Saccomanno, Giorgio Carlin, Emanuele Costamagna, Pietro Pertici, Enrica Silvestri, Mariuccia Sapio, Lucio Garofalo, Pippo Manzone, Marina Maestri, Roberto Rolli, Claudio Gollini, Elena Giuliani, Giovanni Abbagnato, Francesca Bria, Calogero Massimo Cammalleri, Maurizio D’Amato, Rita Battaglia, Resistenza Viola Piemonte, Romana Mancini, Claudio Papalia, Federico Sardo, Marica Maramieri, Maurizio Pesaresi, Raffaele Leoni, Annarita Zacchi, Giulia Scarcia, Antonio Soggia, Valeria Moschese, Giuliano La Barba, Filippo Incorvaia, Roberto Salori, Mariagrazia Pellerino, Renato Valusso, Alberto Lalli, Maurizio Franchetti, G. Buonomi, Elio Acquaviva, Cristiana Cavagna, Luciano Lorandi, Maria Teresa Silvestrini, Domenico Ferraro, Salvatore Bimonte, Jolanta Krzywicka, Luigi Ottonello, Maurizio Gilotti, Massimo Dalla Giovanna, Margherita Sardella, Silvana Sonno, Rosanna Pappalepore, Rosina Marini, Chiara Cavallaro, Alberto Vallarin, Angelo Marenco, Maria Vittoria Chiodini, Valentina Pinna, Gianni Mosso, Federico Sardo, Fiorella Marseglia, Cecilia Pavone, Fabrizio Guerra, Michele De Angelis, Carlo Cocuzzo, Mirella Arcamone, Mauro Masini, Federico Mosci, Fausto Pettinato, Palmiro Cillara, Antonio Notarbartolo, Ahmad Naimzada, Domenico Massano, Arturo Calaminici, Cinzia Melis, Monica Sanfilippo, Debora Todde, Daniele Pesce, Monica Giannetta, Mary Mancinelli, Petronia Carillo, Giuseppe Zambella, Monia Pecorale.

Aggiornato alle ore 9 del 26/01/2011.

Per aderire alla lettera degli economisti, inviare una mail a: redazione@sbilanciamoci.info

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info.
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Commenti

L'impegno dei 46 economisti

La lettera sul conflitto Fiat-Fiom sottoscritta da 46 economisti universitari italiani, a cui è seguita l’adesione di altri 131 docenti e ricercatori, si schiera senza mezzi termini da parte della Fiom perchè la Fiat impone ai lavoratori di Mirafiori, analogamente a quanto ha fatto per Pomigliano d’Arco (e succederà con gli altri stabilimenti Fiat in Italia), un peggioramento delle condizioni di lavoro, la perdita di alcuni diritti, l’esclusione della possibilità di scegliere in modo democratico i propri rappresentanti sindacali.
In effetti, come è stato sintetizzato da la Repubblica del 19 gennaio scorso, l’accordo approvato in occasione del referendum prevede le seguenti regole, più restrittive, per i lavoratori della fabbrica.
- Pause. Tre pause di 10 minuti ciascuna anziché due di 15 e una di 10, con la retribuzione di circa 45 euro lordi al mese(non utilizzati nel calcolo del tfr).
-Mensa. Il probabile trasferimento della relativa mezz’ora di pausa dall’interno del turno a fine turno nella nuova j.v. Fiat Chrysler.
-Assenteismo. Valutazione del pagamento di giorni di assenza vicini a festività o ferie o giorno di riposo a cura di una commissione paritetica Fiat-sindacati.
-Orari. L’azienda comunica con 15 giorni di anticipo l’eventuale cambiamento di turno fra 4 sistemi(2 turni di 8 ore al giorno per 5 giorni; 3 turni di 8 ore al giorno per 5 giorni; 3 turni di 8 ore al giorno per 6 giorni; 2 turni di 10 ore al giorno.
-Straordinario. L’azienda può pretendere fino a 120 ore all’anno senza contrattare con i sindacati, nonché altre 80 ore con l’assenso dei sindacati, a fronte di aumenti salariali fino a 3.700 euro lordi/anno.
-Contratto di lavoro. Al momento del passaggio da Fiat alla nuova j.v. i lavoratori dovranno firmare un nuovo contratto di lavoro, esterno al sistema confindustriale.
-Sciopero. A seguito di “impedimenti sindacali” nella realizzazione dell’accordo, l’azienda non avrebbe più alcun obbligo a riconoscere contributi sindacali e permessi retribuiti. Inoltre, la violazione di questa clausola da parte del singolo lavoratore costituirebbe un’infrazione disciplinare.
In ordine a tali regole, ci sembra giustificabile l’introduzione di un maggior controllo sull’assenteismo, tenuto conto di abusi riscontrati in passato, anche perché tale punto è delegato ad una commissione paritetica azienda-sindacati. Sarebbe stato ragionevole delegare ad analoga commissione anche la definizione dei tipi di turno, la collocazione del tempo per la mensa, e soprattutto la complessa questione della realizzazione dell’accordo, ora lasciata alla completa discrezionalità interpretativa dell’azienda.
L’imposizione del nuovo contratto, definito unilateralmente dalla Fiat, è criticabile sia sul piano del metodo, chiaramente offensivo per la controparte, sia in ordine al peggioramento delle condizioni di lavoro e dei diritti acquisiti da parte del lavoratori. Si spiega perciò la reazione di una parte delle organizzazioni sindacali. L’approccio dell’ad della Fiat facilita senz’altro la gestione degli impianti, soprattutto attraverso il maggior controllo dell’assenteismo, e forse eleva la produttività del lavoro, essenzialmente attraverso lo spostamento del tempo mensa a fine turno. Sembrano invece alquanto irrilevanti le altre restrizioni, anche sul piano economico, come la riduzione dei tempi delle pause, considerando anche, come aveva detto lo stesso Marchionne, che il costo del lavoro incide per circa il 7% sul costo totale di produzione(il quale, a sua volta, costituisce solo una parte del costo finale dell’automobile).
Come si spiega dunque l’atteggiamento assunto dall’ad della Fiat circa alcune clausole che ha voluto imporre? Potrebbero esserci tre ragioni. La prima riguarda l’appropriazione di potere contrattuale nei confronti dei sindacati, da poter eventualmente esercitare in prospettiva, onde comprimere ulteriori rivendicazioni di diritti da affrontare con incontri che gli fanno perdere tempo, essendovi nel suo modo di operare poco spazio alle deleghe. Ne sono conferma l’uscita da Confindustria e la sostituzione sostanziale del contratto nazionale con quello aziendale. E’ un atteggiamento che riflette una logica arcaica delle relazioni industriali, che non ha ragion d’essere dove le competenze dei lavoratori vanno viste come una risorsa determinante per elevare la produttività degli impianti. La seconda ragione è riconducibile agli investimenti richiesti dallo stabilimento di Mirafiori, che potrebbero trovare una maggiore remunerazione in qualche paese estero, a seguito dell’offerta di socializzazioni di costi. C’è da pensare che Marchionne mirasse ad una vittoria del no, così da rompere del tutto la dipendenza della Fiat dal nostro paese, come sembra dimostrare l’inedita idea di indire un referendum, dopo aver esacerbato il clima sociale con lo spauracchio di abbandonare l’Italia. Forse c’è un’altra ragione: il tipo di cultura manageriale dell’ad della Fiat. La dominante cultura anglosassone che lo caratterizza, protesa alla creazione di valore per gli azionisti e funzionale alla propria immagine(non esclusa la retribuzione), porta il top manager ad agire di fatto secondo una prevalente logica di non lungo periodo, con riflessi negativi sul piano della gestione delle risorse umane e degli investimenti in competitività. Questo giudizio non contrasta certo con la capacità di riorganizzazione dimostrata in occasione del turnaround realizzato negli scorsi anni quando Marchionne ha preso le redini di una Fiat chiaramente sull’orlo del fallimento, ponendo in atto un sistema di interventi di tagli e di riorganizzazione del lavoro e del corporate di indubbia validità ma proprio della prima fase del processo di fronteggiamento della crisi di un’impresa.
E’ stato ben dimostrato che una politica di valorizzazione delle risorse umane, attraverso l’acquisizione di consenso, la formazione, la creazione di condizioni favorevoli dell’ambiente di lavoro eleva la produttività e la performance complessiva dell’impresa. Anche il potenziale dell’automazione spinta degli impianti resta ingabbiato senza la partecipazione attiva e interattiva del lavoratore, come si ha memoria, in termini negativi, nella stessa Fiat a Melfi, e come è dimostrato, in chiave positiva, dall’industria automobilistica giapponese(da cui Marchionne ha attinto nei primi anni in Fiat). In oltre, la produttività degli impianti e perciò del capitale investito non dipende solo né dal livello salariale né dalla compressione delle soste, specialmente nell’industria dell’automotive. Dipende anche dal livello tecnologico e dall’organizzazione del lavoro, la quale, per definizione, non può prescindere dalla partecipazione collaborativa del lavoratore . Non va peraltro dimenticato che i problemi della Fiat sono riconducibili essenzialmente alla scarsa competitività dei suoi prodotti in confronto a quelli dei competitor, conseguentemente alla strategia aziendale seguita in tema di investimenti in risorse finanziarie e umane per la ricerca e sviluppo sul piano tecnologico e su quello del rapporto con il mercato. Al riguardo non si può non ricordare che l’automobile è un prodotto “maturo”, con un mercato globale che va presidiato con importanti cambiamenti nel business model dell’azienda, nella composizione dei mercati, nella progettazione dei prodotti. Su questo fronte la Fiat ha una recente storia assai fragile.
Stante il personaggio al vertice della Fiat, il sindacato non poteva che accettare le condizioni imposte. La rottura tra le organizzazioni dei lavoratori che Marchionne ha prima provocato a Pomigliano e che poi ha amplificato a Torino costituisce una forte debolezza per tutti i lavoratori. Insistere nella contrapposizione da parte della Fiom non porta ad alcun miglioramento della situazione. Ricucire questa frattura dovrebbe essere uno sforzo di tutte le organizzazioni sindacali e del governo(come è stato fatto in Germania), cominciando con il reinserimento di tutte le rappresentanze dei lavoratori. Lo sciopero del 28 gennaio voluto dalla sola Fiom non va certo in tale direzione. In questo senso la lettera dei 46 economisti non porta un contributo all’auspicata unificazione dei lavoratori della Fiat e delle loro rappresentanze.
La lettera pare invece pienamente condivisibile a proposito del contesto ambientale italiano. Qualche mese fa Marchionne ha fatto un rilievo indubbiamente vero quando ha qualificato non competitivo il nostro paese, non solo a causa del comportamento sindacale. La competitività che esprime un’impresa a livello internazionale dipende indubbiamente anche dal contesto esterno(basti pensare al differenziale del costo dell’energia elettrica tra l’Italia e altri paesi dell’Unione europea). Il livello competitivo italiano è notoriamente molto basso e in progressivo declino da anni, per cause attribuibili alle politiche economiche del governo. Basti pensare all’assurdità degli incentivi per l’acquisto di un’automobile obsoleta, senza la minima preoccupazione di indirizzare le risorse verso la ridisegnazione del modello di consumo e di sviluppo, onde passare dall’attuale modo di fruizione dell’auto alla creazione di un sistema integrato di mobilità sostenibile, su cui intessere una rete di relazioni di ricerca pubblica e privata unitamente ad una coerente politica industriale. Per contro, il nostro governo si è limitato a sostenere un management che, coerentemente, con i valori a cui si ispira, va alla ricerca delle maggiori convenienze senza vincoli a livello globale.
Va perciò riconosciuto agli economisti che hanno sottoscritto la lettera Fiat-Fiom - oltre al merito di portare l’attenzione sul ruolo del governo, delle forze politiche e sindacali per ristabilire i diritti dei lavoratori ad essere rappresentati nei luoghi di lavoro - l’impegno ad aprire “una discussione sul futuro dell’industria, del lavoro e della democrazia, sui luoghi di lavoro e nella società italiana”. L’impegno degli economisti può costituire un momento molto importante per il futuro del paese, specie se riusciranno a coinvolgere le diverse forze sociali e politiche senza distinzioni ideologiche. Per il nostro paese, in cui domina la strutturale inerzia della classe dirigente, serve ora una forte sollecitazione culturale, atta a spronare chi ha responsabilità di decisione pubblica o privata verso la riprogettazione del modello di sviluppo, la condizione necessaria per la crescita dell’economia e della stessa democrazia.

valentino.gandolfi@unipr.it

Un

La FIAT, per la teoria economica PROUT dovrebbe essere di proprietà e gestita dai lavoratori/trici. Il modello economico a proprietà privata dei mezzi di produzione è obsoleto. é necessario passare al modello di proprietà COLLETTIVA dei mezzi di produzione.
In parte la Volkswagen ha fatto questo nel 1976! In Italia non gliene frega niente a nessuno. I politici non sanno nulla in merito e chi sa non ha potere decisionale.

In conclusione una classe politica e dirigenziale da buttare al macero.
Nuove leadership da scoprire.

moriremo provinciali

Nemmeno io so chi sia Francesco Maugeri; nè ho voglia di scoprirlo.
Mi basta leggere che l'economista non è tale se insegna in un'università "secondaria", per avere letto tutto senza andare avanti. C'è tutto in quelle prime righe.
L'italia dei campanili, dei provinciali e piccoli piccoli frustrati è sempre in prima fila.
Del resto se Gelmini Mary Star, può fare la minsitra dell'università, chiunque può dare dell'ignorante a un professore universitario.

PS Non sono un economista, nè vero nè sedicente.
PPS Sappia Maugeri, però, che non esistono più gli assistenti da trent'anni.

Cinismo, realismo, ideologia.

Non so chi sia Francesco Maugeri, a giudicare dal testo probabilmente non è un illustre economista ma il suo è un intervento illuminante per il livello d'ipocrisia e di falso realismo che lo intride. Egli si lancia contro ogni corporazione ma salva l'azionariato Fiat che, sarà pure cinico, ma legittimamente fa i propri interessi. Guarda caso i lavoratori, nello schema di Maugeri, non hanno interessi propri da difendere anche cinicamente; o forse, più probabilmente, non hanno la possibilità di farlo. Infatti Marchionne, con la minaccia di delocalizzazione, li tiene per il collo imponendo il classico contratto iugulatorio.
Qui si trova una delle chiavi di comprensione della situazione: Marchionne ha un'arma e cinicamente la usa, sa che gli operai hanno poche armi e cinicamente, col nuovo contratto gliele toglie. Così Marchionne imposta i rapporti di forza e regola le relazioni tra le parti sociali (io comando e voi obbedite). Questo ha rilevanza per Maugeri? No perchè, con altrettanto cinico realismo, egli considera che sia inammissibile il fatto che pochi operai possano bloccare la produzione, cioè che possano provare ad agire rapporti di forza a loro favorevoli.

Il senso finale (e l'evidente limite) di tutto il complesso discorso sta, per me, nella chiusa: "la natura della congiuntura mondiale impone passi indietro a tutti obbligandoci ad un ridimensionamento degli stili di vita ecc...". Peccato che il nostro non si soffermi nemmeno un attimo a considerare che il ridimensionamento di cui ci parla tocchi, come sempre, solo agli operai e in generale ai lavoratori dipendenti. Mentre alla proprietà resta quello che lui considera il sacrosanto diritto di difendere i propri profitti peggiorando le condizioni di lavoro, di reddito, di libertà sindacale e di dignità personale dei dipendenti. Ai quali, vorrei sottolineare tra l'altro, il contratto non assicura nessuna garanzia di riassunzione nella newco. Naturalmente però di questi argomenti triviali egli preferisce non occuparsi, tanto è intento a cantare le lodi dell'economia di mercato compiutamente liberalizzata che, a giudizio dei più, qualche responsabilità nella crisi che ci travaglia ce l'ha sicuramente.

Che resta allora da fare? Assumersi le responsabilità collettive e individuali che il momento richiede, rifiutare quell'accordo infame, imporre una trattativa vera nella quale finalmente si conosca nel dettaglio e si discuta concretamente anche il piano industriale.

E poi che, per favore, la si smetta (ma riconosco che questo Maugeri non lo fa) di usare lo schema per cui un sindacato che difende i lavoratori sarebbe il vecchio arnese di un passato da dimenticare mentre l'imprenditore che ci rimanda al dispotismo padronale dell'ottocento, coi suoi sindacati gialli, e si giustifica con l'aggiornamento della favola di Menenio Agrippa sarebbe la modernità che avanza.

economisti e dintorni

Singolare paese l'Italia! Anzitutto, non me ne vogliano, ma vorrei capire quando ci si definisce "economista"! non credo che basti essere docente di economia o assistente in qualche facoltà universitaria di second’ordine per potersi fregiare di questo titolo: credo che occorra qualche decina di pubblicazioni, un pò di citazioni e riferimenti in qualche autorevole studio e qualche recensione di prestigio. Altrimenti scadiamo nella "fuffa" di Veltroniana memoria ( ricordate la "giovane economista" Marianna Madia candidata nel PD che però doveva ancora discutere la tesi e laurearsi? ) Quanti dei 46 "autorevoli" firmatari possono fare ciò? Quindi, senza scomodare l'Accademia della Crusca, cerchiamo di usare le parole per il loro significato!
Detto ciò veniamo all' (dis)accordo FIAT.
Anzitutto dobbiamo fissare dei paletti per la discussione: l'Italia è un paese che ha un'economia di mercato e in tale definizione occorre agire, criticare, suggerire, contrattare e decidere. Fuori da questo contesto c'è solo l'aria fritta dei "modelli di sviluppo compatibili" che fuzionano solo nelle solipsistiche proiezioni oniriche dei loro guru e nei salotti radical-chic della sinistra alternativa in cashmere ( o, a scelta, cappellino peruviano ) che pensa di salvarsi la coscienza facendo installare ( da multinazionali, trafficanti e anche mafiosi) pale eoliche e impianti fotovoltaici , in ogni prato ( tolti così all'agricoltura! bell'affare!).
La fiat è una spa dove gli azionisti investono per salvaguardare i loro mezzi economici ( sul titolo ) e aver un ritorno (il dividendo) ogni fine anno. Decisamente più etico per esempio di tutte quelle società a capitale pubblico, dove gli azionisti sono i contribuenti ma i beneficiari sono i loro intermediari politici, la c.d. "casta" che incassa lauti emolumenti, assume oltre il dovuto gente che viene pagata per fare niente, affida appalti fuori mercato agli amici e fa’ pagare i servizi e le perdite di bilancio ai cittadini con costi spropositati.
Quindi l'obbiettivo della Fiat è fare utili: è ciò un delitto? Credo di no. Ha diritto la Fiat ad organizzare il lavoro per perseguire meglio questo fine? credo di sì. Le scelte di politica industriale competono all'azienda che ne risponde agli azionisti. Ciò che il sindacato è legittimato a chiedere è : un lavoro nel rispetto della dignità dei lavoratori, un lavoro nella sicurezza e un lavoro giustamente retribuito.
E' legittimo che un'azienda pretenda che non possano 5 operai ( su 1200 ) approfittando delle caratteristiche di una produzione in linea continua , con il loro sciopero bloccare l'intera produzione? credo di sì. E' tollerabile che in uno stabilimento industriale ( Pomigliano ) quando gioca la Nazionale l'assenteismo ( regolarmente certificato dal medico) sia del 40% ? pensate che a Wolfsburg ( Volkswagen) sia lo stesso quando gioca la nazionale tedesca?
Dell'accordo Fiat la cosa che invece ritengo intollerabile è togliere il diritto di rappresentanza a coloro che non hanno firmato l'accordo. Ciò rappresenterebbe una grave deroga alle regole alle base di relazioni industriali moderne e una pericolosa deriva autoritaria specie nel futuro.
Ogni paragone con la Germania è poi fuori luogo. Lì IG metal siede nel consiglio d’ amministrazione e quando è stato ora di ridurre i salari , contrattando sui turni, è stato possibile anzi tutto perché “fuori” dalla fabbrica “ il sistema Germania” lo ha reso possibile.
Il livello di contribuzione è più basso che in Italia e affittare un appartamento a Berlino costa meno che a Torino. E gli operai tedeschi non vengono taglieggiati come quelli italiani dalle rendite di posizione di servizi e professioni. Il peso asfissiante dello Stato non è paragonabile
al nostro e la burocrazia statale neanche minimamente paragonabile ( le norme tecniche di costruzione a Monaco, stanno su 4 pagine A4 , a Bologna per aprire una porta in un muro di casa ci vanno due kg di documenti, 1 anno di attesa e 5 mila euro tra bolli certificazioni e progetti!)
Certo quel che sappiamo dell’accordo ( che tra l’altro ho cercato sul sito della FIOM, senza trovare…) lascia dell’amaro in bocca specie per la parte economica: ma tant’è! Un cattivo stipendio è sempre meglio di uno stipendio che non c’è. Certo che se a Torino il Comune anziché dover pagare gli interessi sui tre miliardi di euro di debito ( grazie al “divertissment” delle Olimpiadi ) avesse investito in edilizia popolare, scuola, assistenza e trasporti oggi quel magro stipendio garantirebbe un livello di sussistenza un po’ meno gravoso.
Se i Comuni ( e quanti di sinistra !!!) non avessero giocato con i “derivati” ( hanno mai alzato la voce questi illustri economisti contro quelle pratiche criminali ?) indebitando ogni oltre limite le amministrazioni pubbliche per realizzare opere pubbliche costosissime e faraoniche magari senza mai finirle o spendendo a piè di lista per la “Kultura” ( quella del Grinzane Cavour per intenderci ) confondendo sagre paesane con eventi culturali, oggi io sono convinto che si potrebbero discutere altri accordi con la Fiat.
Un paese di ciarlatani e cialtroni non può fare la morale alla Fiat, la quale, indubbiamente , cinicamente ma senza ipocrisie fa i suoi interessi.
In un paese di corporazioni ( c’è anche quella Universitaria, lo sanno i nostri 46 economisti?) tutto ciò non può fare scandalo. Qualcuno di questi ha elevato strali quando la buon’anima di Padoa Schioppa bocciò in Consiglio dei ministri la proposta di Ferrero di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie? In questi ultimi anni non ho mai letto un “manifesto” con un programma economico della sinistra in cui si proponesse di tassare le rendite finanziarie e detassare il lavoro, combattere l’elusione e i paradisi fiscali, combattere le concentrazioni bancarie e assicurative ( che nuocciono alla concorrenza e creano centri di potere occulti) , cancellare le Fondazioni bancarie ( centri di potere politico ) , decimare il “capitalismo municipale” ( mostruoso “moloch” di socialismo reale, dissanguatore di finanze pubbliche e veicolo dell’immorale “voto di scambio”) con privatizzazioni sotto sorveglianza di authority indipendenti , reintrodurre il divieto di partecipazione delle banche nelle imprese , separare le banche d’affari da quelle commerciali una riforma seria della Borsa ( in Borsa si “investe” non si “gioca” e vanno severamente regolamentati se non aboliti i mercati dei “derivati” ) e potrei continuare ancora assai.
Oggi il difficile è saper guardare l’orizzonte, mentre a me sembra che si arrivi a malapena a guardare la punta dei piedi! Lo sanno lorsignori che da anni ormai sappiamo che al mondo c’è posto solo per 5 grandi gruppi automobilistici? Che quindi il destino della Fiat è segnato: comprare o essere comprata da un altro grande gruppo. I proprietari che oggi si identificano ancora nella famiglia Agnelli , domani potrebbero essere degli Hedge found , dei Private Equity, dei fondi sovrani o fondi pensione stranieri che spostano capitali e ricchezze nel mondo alla ricerca del guadagno facile alcuni o dell’investimento prudente e sicuro altri. E senza scrupoli. Il sacrificio che viene chiesto ai lavoratori della Fiat dovrebbe essere un sacrificio anche sulle spalle della città di Torino , della Regione Piemonte e del Paese intero.
Per capire ciò che sta’ accadendo bisogna tornare alla caduta del muro di Berlino che ha aperto le frontiere a 250 milioni di persone a basso costo lavorativo o all’ingresso della Cina nel WTO o all’accordo Nafta. Altro che Marx a fumetti !(il quale sentendosi citare oggi si rivolterà nella tomba… , poiché nulla è più antimarxiano di usare Marx per capire la crisi attuale !)
Le dimensioni e la natura della congiuntura mondiale impongono passi indietro a tutti : ci obbligano a un ridimensionamento degli stili di vita e un lungo periodo di austerità : in queste condizioni ha senso un “ no” alla Fiat? Sappiamo tutti che non è il migliore degli accordi, ma è probabile che sia il migliore degli accordi possibili.
Scusate la prolissità.
Francesco Maugeri

l'Italia paese della chiacchiera

L'Italia patria del diritto tomba della giustizia. Il Paese con la più forte ingereza della chiesa nella vita sociale e politica è il Paese più corrotto dell'Europoa e tra i più corrotti al mondo.Abbiamo avuto il più forte partito comunista dell'occidente e con sindacati potenti uno potentissimo, abbiamo i salari più bassi d'Europa.
In germania, non in Cina, India, Corea, ma in Germania si indice uno sciopero ad un mese, si incomincia la trattativa e se questa si arena si indice il referendum tra i lavoratori e solo se il 75% ( settantacinque) è d'accordo si sciopera. A noi italici chiacchieroni ci sembrano dei poveri diavoli rispetto alle nostre prosopopee. Siamo il npaese delle chiacchiere e del capello in 4 non conosciamo la concretezza neanche per noi stessi come i salariati tedeschi.

Ideologia contro Pregiudizio?

@ Paolo
"si cerca di avvicinarsi alle condizioni ottenute negli Usa ( tra parentesi con il plauso di Obama ) e accettate con estremo favore dagli operai Chrysler".

Accettate con estremo favore? Ti consiglio di guardare un lungo reportage di Rainews sull'argomento. Della serie: o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. Hanno preferito mangiare la minestra.

Dibattito

Segnalo dibattito, che forse può interessare chi frequenta questo sito, anche su:
http://www.finansol.it/?p=4685

Grazie!

Trovo l'analisi convincente e spero sia molto letta, compresa e condivisa da molti.
Grazie, francesco

diritti e lavoro

Intendiamo aderire totalmente all'appello perché crediamo che il lavoro e la democrazia non possono essere separati. Diritto allo sciopero e rappresentanza sindacale sono diritti inalienabili.

la lettera degli economisti

Letti alcuni commenti, aumenta il mio disagio per l'iniziativa degli economisti succitati. Sono ben pochi come numero, ma davvero rischiano di rappresentare una inutile stampella per le posizioni della Fiom, della parte più conservatrice della sinistra italiana ( purtroppo ancora consistente ) e di chi, mi perdoni, dice cose...; ad esempio, c'è chi scrive che la Fiat dovrebbe andarsene dall'Italia...; beh, sarebbe un cataclisma per il sistema economico italiano di proporzioni inaudite, non scherziamo. C'è chi dice che la Fiat non deve cinesizzare il dipendente: beh, anche con il nuovo accordo siamo lontanissimi dalle condizioni di lavoro in Cina, si cerca di avvicinarsi alle condizioni ottenute negli Usa ( tra parentesi con il plauso di Obama ) e accettate con estremo favore dagli operai Chrysler.
Eppure, ho riletto la lettera dei 46 economisti, anche loro parlano di "peggioramento delle condizioni dei lavoratori" e "ridimensionamento produttivo in Italia". Purtroppo, devo dirlo, qui mi pare forte l'impronta ideologica, la posizione aprioristicamente contraria.
Ai lavoratori, certo, è richiesto un impegno maggiore, soprattutto come flessibilità, cioè disponibilità agli straordinari nei periodi di crescita della domanda, ma in cambio gli si riconosce già un salario-base superiore all'attuale e poi, ovviamente, percepiranno incrementi retributivi per gli straordinari che saranno chiamati a fare.
Quindi, parlare semplicemente di "peggioramento delle condizioni di lavoro" non mi trova d'accordo, parlerei piuttosto di "armonizzazione delle condizioni di lavoro" con quelle degli stabilimenti del gruppo Fiat all'estero ( ripeto, non in Cina dove le cose sono totalmente diverse ).
"Ridimensionamento produttivo in Italia"...; mah, gli investimenti in Italia verranno fatti dalla Fiat, sia a Pomigliano sia a Mirafiori se passerà il sì. Non verranno fatti se le posizioni della Fiom e degli economisti prevarranno, ma spero e penso che ciò non accada.

Redditività

Scusate: qualcuno mi sa dire quanto incide in percentuale sul costo totale di un’autovettura Fiat un lavoratore di Mirafiori?
Io penso non superi il 10% del prezzo che il cliente paga per l’acquisto.
Se è così o, quasi, conviene a Marchionne e ai suoi diretti collaboratori impegnarsi più contenuti del prodotto.
Il successo di vendite di marche automobilistiche molto più care, che pagano i loro dipendenti meglio della Fiat, è la dimostrazione che cinesizzare il dipendente non garantirà utili se il prodotto non sarà competitivo.

Marchionne è un economista

Tutto scritto nell'oggetto del commento, per chi accusa gli economisti di "essere parolai".
La posizione di Marchionne è esclusivamente ideologica, l'accordo non dovrebbe essere firmato e la FIAT dovrebbe andarsene dall'Italia, ridandoci indietro con gli interessi tutti i contributi statali che ha avuto.
Se gli impiegati lavorano male o non lavorano, la colpa è sempre della dirigenza, non del sindacato.

Lettera degli economisti

Intanto, chiedo alcune cose. E' vero che la produttività del lavoro negli stabilimenti italiani del gruppo Fiat, tra cui Pomigliano e Mirafiori, è risultata decisamente inferiore, ad esempio, a quella dello stabilimento polacco in cui si produceva la Panda? E' vero che il tasso di assenteismo negli stessi stabilimenti è stato, invece, significativamente superiore?
E se fosse quindi vero che Marchionne non chiede altro che di avere negli stabilimenti italiani condizioni e risultati similari a quelli che ha in Polonia, Brasile e negli Usa alla Chrysler? Il suo atteggiamento poco propenso al dialogo può risultare sgradevole, certo, ma forse dipende anche dal fatto che uno come lui, che viaggia tanto e vede la velocità con cui cambia il resto del mondo, ha sviluppato una (comprensibile) saturazione a discutere all'infinito con la Fiom, che invece non cambia mai e, sostanzialmente, vuole che nulla cambi. Quello che io penso è che per ottenere concessioni da uno come Marchionne occorre abbandonare gli ideologismi ( ad esempio, gli operai hanno sempre ragione e la catena di montaggio è sempre quella di Ford ) e discutere sui dati reali.
Ancora: non dimenticherei che all'arrivo di Marchionne la Fiat era sostanzialmente decotta e, grazie al contributo di tutti, certo, ma con Marchionne a.d., è stata rivitalizzata.
Ho poi trovato capzioso il riferimento ai tanti contributi pubblici ottenuti dallo stato italiano, dato che l'intento di Marchionne è proprio quello di non dovere più ricorrere a tali contributi statali e, per questo, trovo naturale che la Fiat possa chiedere libertà di decisione su stabilimenti, modelli, piano industriale, in altre parole, libertà di impresa.
Sia chiaro, non santifico Marchionne, ma, sinceramente, provo un certo disagio a vedere tanti economisti ( ad esempio il prof. Paolo Bosi, che conosco avendo frequentato l'università di Modena ) appoggiare in pieno le posizioni, per me indifendibili, della Fiom.
Sulla rappresentanza sindacale, punto dolente dell'accordo di Mirafiori, infine, mi risulta che sia la legge vigente a consentire la rappresentanza solo alle organizzazioni che firmano gli accordi, e che questa legge sia stata voluta dalle organizzazioni confederali, Cgil in testa, per escludere i "fastidiosi" Cobas. Quindi, chi è causa del suo mal...
Mi scuso per la lunghezza e saluto tutti.

Ricossa ed il suo libretto

Sinceramente trovo ben poco di prezioso in quel libretto .... ed anche in vari scritti suoi ...punti di vista diversi certo e del tutto legittimi, ma non molto preziosi !

Marx, istruzioni per l'uso di Daniel Bensaïd e CharbTutto

Non è l'unico libro del genere, ma credo sia il più facile da leggere e ha un autore sicuramente autorevole (scusate il gioco di parole)
Non è pubblicità gratuita, serve a ragionare su cosa siamo come individui e come animali sociali, e da che parte sta la correttezza nei rapporti con gli altri.

Marx, istruzioni per l'uso
Tutto quello che dobbiamo sapere su Marx per capire la crisi (e per cambiare il mondo)
di Daniel Bensaïd e Charb

http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?editore=Ponte%20alle%20Grazie&idlibro=7066&titolo=MARX%2C+ISTRUZIONI+PER+L'USO
http://www.unionesarda.it/Articoli/DettaglioRubrica.aspx?id=202956
http://www.ibs.it/code/9788862201636/bensaiuml;d-daniel/marx-istruzioni-per.html
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788862203005/Marx_Istruzioni_per_l'uso/Bensaid_Daniel.html
http://www.net-ebook.it/prodotto.aspx?id=4357
http://www.amazon.it/Marx-istruzioni-Saggi-Daniel-Bensa%C3%AFd/dp/886220163X

Altri testi del genere e recensioni

Bentornato Marx, Bompiani
http://bompiani.rcslibri.corriere.it/autore/fusaro_diego.html
http://espositovittorio.blogspot.com/2010/01/bentornato-marx-recensione-al-saggio-di.html
http://www.filosofico.net/recensionevattimo.htm
http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/04/bentornato-marx-dialogo-con-diego-fusaro/

Karl Marx in pillole,
http://www.ediesseonline.it/catalogo/materiali/karl-marx-pillole
http://www.spi.cgil.it/SideMenu/Informazione/Notizie/Notizievarie/2010/RiscoprireMarxperricostruirelasinistra/tabid/1941/Default.aspx
http://www.commercialpointjob.it/sicurezza/karl-marx-in-pillole-un-saggio-a-piu-voci-curato-da-mario-boyer/


Imprenditoria Italiana

I dati riportati, nella lettera dei 46 economisti, fanno capire come la FIAT sia allineata a buona parte imprenditoria italiana non sa far altro che ridurre i salari per far quadrare i conti e aumentare i dividendi.

Gli imprenditori sono in buona parte gente senza scrupoli.
Il loro discorso è:
"Non è colpa mia se i lavoratori non sono tutelati, io quindi li posso sfruttare fin dove me lo consentono (possibilmente un po' oltre)".
Giovanna Damerino, Mach 2 Libri SpA (emanazione di Mondadori e altri editori per la distribuzione), ha detto di fronte a me: "Non è colpa mia se i lavoratori precari non hanno un contratto nazionale" mentre negava un aumento della paga oraria fissata a meno della metà del valore fissato dal contratto nazionale per lavoratori dipendenti con le stesse mansioni.
Lo fanno con i precari non tutelati dalla legge Biagi approvata prima che fosse completata. Adesso gongolerebbero nel poterlo fare con tutti i lavoratori.

L'accordo di Pomigliano andava respinto proprio per evitare che chiesto un dito si prendessero il braccio.
Il sì al referendum sarebbe continuare in questa strada senza futuro per i lavoratori e per le aziende.

Vi invito a leggere un libro semplice da leggere (illustrato con fumetti) per capire quanto certe analisi economiche sia quantomai attuali. Per poter avere argomenti solidi contro questo qualunquismo imperante.
Marx, istruzioni per l'uso. Tutto quello che dobbiamo sapere su Marx per capire la crisi (e per cambiare il mondo) di Daniel Bensaïd e Charb
Edizioni Il Ponte alle Grazie, €16.50


46 economisti contro marchionne

per quanto riguarda gli economisti vi invito a leggere il prezioso libretto di Sergio Ricossa Maledetti economisti, Le idiozie di una scienza inesistente
Morirete dalle risate e li valuterete per quello che sono dei parolai