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Ma quanto siamo (poco) europei

06/06/2009

Le domande di brevetto europee evidenziate dalla Relazione annuale della Banca d’Italia mostra l’ennesimo ritardo del sapere dell’industria italiana

Ogni volta che il paese (Italia) si misura con l’Europa si cade nella più totale depressione. Spesso si sentono analisi azzardate, soprattutto di chi “vivrebbe” nelle regioni ricche del paese. Mentre in Europa e nei paesi europei si consolida e rafforza la struttura superiore dell’organizzazione pubblica per “guidare” la transizione economica, qualcuno pensa di risolvere i problemi della conoscenza e del sapere per via territoriale, come se non esistesse una dimensione di scala e specializzazione produttiva. Per citare “Tremonti” (il sole 24 ore del 29 maggio), “l’intervento pubblico si sta spostando dall’industria bancaria all’industria-industria”. Il ministro prosegue dicendo: “mi limito a notare che i governi sono scesi dalla tribuna, sono entrati in campo e si sono messi a giocare anche loro e a fare partite diverse. Ad oggi si contano almeno 10 interventi nel campo.”
Gli interventi sono molti di più, ma è il tratto generale da sottolineare: si rafforzano le strutture industriali, si adeguano le economie di scala e si fanno politiche di anticipo della domanda rafforzando la conoscenza con un ruolo pubblico dirimente. Solo per fare un esempio, in Francia le imprese private non possono accedere ai finanziamenti pubblici per la ricerca e sviluppo se non è coinvolto un soggetto pubblico dedito alla ricerca e sviluppo. Proporre una cosa del genere in Italia sarebbe troppo liberal.
Ma è proprio l’assenza del pubblico nei fenomeni economici italiani a spingere ai margini dell’Europa il Paese, soprattutto se hai una industria completamente disallineata alla struttura produttiva europea. Le domande di brevetto europee evidenziate dalla relazione annuale della Banca d’Italia mostra l’ennesimo ritardo del sapere dell’industria italiana. Sul perché le imprese italiane investono quanto le imprese europee ma si estrae minor valore aggiunto occorre seriamente riflettere. E se i brevetti italiani fossero in linea con la specializzazione produttiva del paese? Troppi associano la divergenza dei dati italiani sulla formazione e la ricerca rispetto all’Europa alla cattiva volontà degli imprenditori. Il problema che i brevetti, la quota di ricerca e sviluppo sul pil, le ore di formazione, i bassi salari sono perfettamente in linea con la struttura produttiva. Le sfide che attendono i sistemi economici maturi sono così grandi che l’Europa ha deciso di investire sulle strutture nazionali per una ragione molto semplice: solo a quel livello si possono trovare le economie di scala adeguate.
Domande di brevetto europee, valore per 100.000 abitanti

  Francia Germania Italia Gran Bretagna Spagna
anno 1994 8,4 15,3 4,1 6,4 1
anno 1995 8,6 15,9 4,4 6,6 1
anno 1996 9,4 19 5,1 7,3 1,1
anno 1997 10,4 21,3 5,5 7,9 1,5
anno 1998 11,3 23,8 5,8 8,9 1,6
anno 1999 11,9 25,4 6,5 9,9 1,8
anno 2000 11,9 26,7 7 10,1 2
anno 2001 11,8 26,3 6,9 9,4 2,1
anno 2002 11,9 25,9 7,3 9,1 2,2
anno 2003 12,6 26,2 7,5 9 2,2
anno 2004 13,1 27,2 7,7 8,8 2,7
anno 2005 12,7 27,8 7,8 8,6 2,9

Fonte Banca d'Italia, elaborazione su dati OECD

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Commenti

curioso

curioso che questi dati (che sono evidenti indicatori dello stato di degrado in cui versa lo sviluppo dei cervelli italiano) non siano stati commentati né dal ministro dell'istruzione cattolica, né dal ministro del lavoro, né da quello dell'economia, né da quello dello sviluppo economico, né dal dipartimento dell'innovazione, né tantomeno dal piccolo grande capo rifatto..

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